Viaggio in Liberia, l’Ebola nella testimonianza di Sergio Ramazzotti

credits: Sergio ramazzotti

L’Ebola è l’argomento del giorno. Se ne parla tanto, si discute di quanto uccida, di come ci si contagi, di quale sia l’origine di questa peste nera, di questa morte che non sai come, quando e soprattutto se sia pronta per venire a prendere te.

Ieri sera sono stata a Milano, al Parallelozero Cafè c’era un incontro in cui Sergio Ramazzotti – reporter, fotografo e scrittore –  aveva un paio d’ore di tempo per raccontare le sue tre settimane il Liberia, uno dei paesi più colpiti dell’Africa Equatoriale, e del suo ritorno a casa, la quarantena, le paranoie.

2014-10-31 09.24.48

Mi sono fatta un’ora di strada perché lo seguo da tempo e ho letto molte cose scritte di suo pugno (oltre aver visto una miriade di foto maledettamente belle), e amo il suo stile: mi dà sempre l’impressione di avere una curiosità ostinata, sembra sempre lui debba capire “un po’ di più”, andarci dentro alle cose, deve sporcarsi le mani, porre e porsi domande fino allo sfinimento. Ed ero curiosa di sapere se la mia impressione fosse azzeccata. Con voce calma, si è seduto su un tavolino, nessun microfono, nessuna scaletta.

E sono un misto di flash, ricordi.

Un primo dettaglio che mi è rimasto sulla pelle è stato il suo perpetrare a chiamare il virus ebola, semplicemente Ebola: mi sono domandata se fosse un inglesismo rimasto nel suo italiano o se fosse volutamente un dargli quasi un nome di battesimo, come per riconoscere ancora di più un’identità reale che prende ogni giorni i connotati di persone che ha visto morire davanti ai suoi occhi.

“La prima immagine, sono persone che agli angoli delle strade, di punto in bianco, si accasciano”.

Un’immagine violenta, che dà le proporzioni di quanto sia “nell’aria”.

L’unico paragone che gli riusciva era quello con la peste descritta dal Manzoni. Perché solo lì si parla di una situazione simile.

Perché il problema non è solo della malattia, ma è la psicosi che genera. La gente viene quarantenata in quartieri, gli uffici pubblici chiusi, la fame che ti spacca lo stomaco, la crisi che genera rabbia, non c’è più un ospedale funzionante, i centri di cura sono al collasso.

Le statistiche che lui riporta sono di una mortalità che si aggira intorno al 75% (qualche giorno fa ho letto il 50, tanto per capirci), e quel 25% che guarisce non ha una spiegazione. Il cocktail di farmaci che danno è sempre uguale:antibiotici, paracetamolo per la febbre vitamine e poi chissà cos’altro. “Una terapia di supporto”. Che sa di accompagnamento alla morte.

Il problema non è solo Ebola. Il problema è il fatto che il virus ha attecchito su un territorio di superstizione ed ignoranza, tra popolazioni che vivono ancora in villaggi e i morti li tengono in casa per tre giorni prima di “lasciarli” portar via dagli squadroni che si aggirano in tute bianche e spruzzano disinfettanti e raccolgono i corpi. Quei maledetti corpi che vengono “lavati ed accarezzati” per tutto il tempo della veglia, e che sono in realtà armi batteriologiche più potenti di qualsiasi malato, anche in fase terminale.

credits: Sergio Ramazzotti

E usando sempre un paragone manzoniano, i monatti, questi volontari che girano cercando di limitare danni del virus, che vengono visti come untori che spruzzano il virus, chi li vuole vicino? Chi si lascia avvicinare da questi pericolosi personaggi con le tute bianchissime che chiudono nei sacchi i cadaveri?

In una giornata di lavoro di 10 ore in giro per i villaggio, va bene se portano a casa tre, quattro corpi, visto che spesso vengono  anche accolti con lanci di sassi.

E dopo un po’ che sei là forse ci fai quasi l’occhio a vedere morti per le strade come noi abbiamo abituato le orecchie a sentirlo parlare di persone che muoiono tra i liquami, vomitando sangue.

Probabilmente no.

E fa ancora più incazzare sentirlo parlare di ONG che per motivi “di sicurezza”, se ne sono andate, lasciando quella gente a sé stessa. Gliene frega ben poco che l’esercito americano sia arrivato per costruire altre strutture, stando ben lontani dagli ammalati.

Servono le persone. Serve chi questi malati li aiuti, li cambi.

Ma chi vuole andare in mezzo a quell’inferno?

E d’istinto la prima cosa che ti viene da cercare è una risposta al “di chi è la colpa di tutto questo?”, se sono stati gli americani che volevano sterminare gli africani e rubargli le risorse, se sono i mussulmani… Lanzichenecchi, untori..

Non c’è una risposta, come non c’è una cura.

Leggere Ramazzotti mi è sempre piaciuto perché come ha sottolineato più volte ieri “a lui non interessa la dietrologia”, ma vuole capire perché.

Anche se questo perchè ha come risposta solo il silenzio.

Ricorda di aver chiesto ad una ragazza che aiutava a raccogliere i corpi perché lo stesse facendo. E la risposta è stata semplice e brutale. “perché bisogna muoversi, fare qualcosa. Perché se non lo faccio io adesso magari non ci sarà nessuno che porterà via il mio corpo quando sarò morta”.

E questa è una testimonianza che non viene dal passato, ma dal mese scorso.

Mi è spesso venuto in mente mentre leggevo “Maschere per un massacro” di Rumiz di mettere vicino le date, di mettere la mia vita accanto a quella di quegli eventi. E mentre io cantavo “una canzone d’amore” degli 883 a Srebrenica stavano compiendo un genocidio. E tanto per capirci, prendendomela comoda, in macchina ci impiego meno ad arrivare lì che a Messina.

Sta succedendo adesso, a 5 ore di aereo da qui. Sta succedendo in questi giorni.

Sta succedendo adesso che lui è tornato ed è stato quarantenato. 21 giorni. Intere giornate ed ore infinite a chiedersi “starò covando qualcosa?”

Perché i grandi sistemi di sicurezza che sbandiera il ministro della Salute italiano la quale probabilmente non ha neanche idea di dove sia la Liberia… Beh, sono tutte cazzate. Lui è tornato, tranquillamente. Non un controllo, un termometro sotto l’ascella. Nulla. Come se fosse tornato da due settimane in un resort alle Maldive. E sul suo aereo, con coincidenza a Bruxelles, non c’erano solo businessman, ma anche tanti liberiani in fuga.

E più parlava più prendeva forma quella frase, all’inizio di tutto:

sono tornato dall’inferno”.

La follia, un timore primordiale che mischia la paura alla religione e la malattia all’ignoto.

Lo guardavo muovere le mani, quelle stesse mani che sono diventate il suo stesso terrore: perché con le mani tocchi tutto, più di quanto pensi perchè l’istinto ti porta a metterle davanti alla bocca se tossisci, a grattarti un occhio se ti prude.

E mi ha fatto sorridere il suo citare un gesto, che purtroppo è anche mio e che è un brutto vizio che vorrei togliermi: per sfogliare pagina, si lecca le dita. E’ un gesto inconscio che detesto perché essendo sempre in giro mi sarò mangiata montagne di batteri, e forse proprio da  lì nasce qualche febbriciattola da viaggio.

Lui no, lui sfoglia le pagine del suo taccuino di appunti che è stato in mezzo ai cadaveri, e quelle dita che si lecca con quel tic naturale, potrebbero essere un gesto di troppo.

In questi gesti, cova e si sviluppa la psicosi.

Non c’è allarmismo nelle sue parole, non cerca di portarsi dietro quel panico che già c’è dietro alle scrivanie, nei proprietari dei pc su cui scorrono foto che ci fanno storcere il naso ma che ci danno la sicurezza di essere “in pericolo ma non troppo”.

In Liberia la situazione è tragica.

Il reportage che ci ha portato da quella terra di smartphone e case di fango  toglie il fiato.

Finito il tutto gli chiediamo perché lo fa, qual è il gene della follia che lo spinge a rischiare tutto per scoprire la verità e portarla agli altri…”forse ho sempre fatto questo, e non so… Non so, forse non so fare altro..” ed è questo che passa, uno che lo fa perché il mondo scorre attraverso i suoi occhi e le sue vene, e ha il dono di trasformarlo in immagini e parole, ride. “Avrò avuto un’infanzia difficile”…

Si cambia argomento, si parla di cibo, di piatti della mia terra, di quanto gli piace mangiare quando è in Italia, soprattutto perché ci sta poco.

Ero emozionata prima di conoscerlo, ed è bello quando hai alte aspettative e non vengono deluse. Mi sono fatta dedicare un suo libro che amo e che parla di Cina, ha riso sfiorandone le pagine ingiallite, mentre gli facevo fare un tuffo nel passato.

E pensando ai Promessi Sposi mi sono chiesta se quella pioggia liberatoria, purificatrice e che “la veniva giù a secchie” arriverà mai in quella terra martoriata.

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11 pensieri su “Viaggio in Liberia, l’Ebola nella testimonianza di Sergio Ramazzotti

  1. Ti leggo e mi sembra di riascoltare lui, e non ti nascondo che mi viene ancora la pelle d’oca: la parola liquami, una macchina fotografica da disinfettare, un taccuino da guardare con un po’ di sospetto.
    Sono tutti oggetti (i liquami no, eh, per carità) della vita di tutti i giorni che non siamo abituati a considerare pericolosi: credo che testimonianze del genere, basate sul quotidiano e sulle piccole cose, siano quelle più potenti, quelle che ti fanno capire che i grossi sistemi e le piccole superstizioni, prima di progettare un cordone di sicurezza che non funziona, dovrebbero fare un bagno nella realtà.
    Anche a costo di finire in quarantena.
    Grazie ancora!

    1. Alla fine, nonostante il livello altissimo di informazione costantemente aggiornata, abbiamo sempre realtà filtrate, distorte. Sentire dalla sua voce la realtà dei fatti mi ha smosso qualcosa dentro ..grazie Cabi che di esserci stata 🙂

      1. Loro di Parallelozero li conoscevo! Dovrei andare a vedere una mostra a Roma organizzata in collaborazione con il Festival della Letteratura di viaggio. Per il resto.. accolgo con immenso affetto il tuo consiglio e mi leggerò qualcosina! 🙂

      2. Si Paoletta, Destination Hope. E’ molto bella e particolare. E’ un viaggio attraverso la consapevolezza delle realtà del mondo. Almeno io l’ho presa così. Alcune situazioni esistono ed è interessante acquisire sempre più conoscenza/coscienza di ciò che ci sta intorno.

  2. Stupendo Paola, davvero.
    Non sapevo ci fosse questo incontro e non conoscevo lui (chiedo pietà!) ma sarei venuta volentieri perchè da come lo racconti è stato veramente bello.
    Grazie per aver condiviso questa realtà.. fa pensare molto.

  3. Sono paralizzata dalla bellezza potente di questo racconto… Sarei venuta volentieri ma, ahimè, arrivo sempre tardi. Grazie per avere condiviso questa testimonianza!
    Questo si che è fare blogging…
    Complimenti!

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