Death Valley: il parco più caldo del mondo

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L’unico modo per spiegare la Death Valley è più o meno questo: prendete una pizza surgelata, accentete il forno a 200 gradi e fate scaldare finchè la luce non si spegne. Mettete dentro la pizza e a metà cottura togliete la pizza e inserite la vostra testa nel forno cercando di non fare un barbecue delle vostre orecchie.
Welcome to Death Valley!

Esci dalla macchina la prima volta e non riesci a crederci: sei la pizza dentro al forno, senti gli occhiali che ti si sciolgono sul naso (ma vista la temperatura le lenti non potevo metterle, giá si seccano normalmente, figuriamoci a 53 gradi), il tuo corpo si asciuga più che in sauna, la macchina fotografica diventa una bomba a mano rovente.
A parte questo, il parco è bellissimo.
A certe temperature guardi i view point ma più di 200 metri non li fai, fare degli hike è impossibile. Soprattutto all’ora di pranzo. Che tempismo perfetto.

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Allarmismi a parte (il cartello scritto a pennarello che quest’anno son morti in due per il caldo è piuttosto intimidatorio, quasi come scrivere che l’incidente più comune è quello di una sola macchina che si ribalta “con tutti i tuoi cari dentro”), ecco cosa è stato il meglio per me, ma prima un paio di consiglio utili:

– riempite la macchina d’acqua (i ranger consigliano di BERE quattro litri d’acqua al giorno) ed il serbatoio di benzina fuori dal parco, dentro c’è un distributore ma costa, ovviamente, una follia. Insisto sulla questione acqua perchè non mi è mai capitato di sentirmi così disidratata in così poco tempo, ha stupito anche me.

– tutte le attrazioni sono su strade asfaltate facilmente e comodamente raggiungibili, se non avete un 4×4 o un trattore evitate di avventurarvi nelle sterrate… Un rimorchio che vi viene a salvare può tranquillamente costare più di 2000$. Decisamente più della foto ricercatissima che si potrebbe fare.

Arrivando da Las Vegas il primo stop, se vi serve qualcosa o se dovete andare in bagno, è Stovepipe Wells Village, dove potrete acquistare un vaso di terracotta, una maglietta dalla dubbia qualità o della carne secca.
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Proseguite poi per il primo reale stop: Mesquite Flat Sand Dunes, delle collinette di sabbia rossa con un accenno di vegetazione circondate da montagne che ho scoperto essere alte piú di 3000 metri (alla faccia!). Lì accanto c’è un view point chiamato Devil’s Cornfield, in cui, a quanto ho letto, è anche bello camminare tra questi specie di piante che sembrano ananas, ma noi eravamo in macchina a riprendere fiato, e quindi ci siamo solo passati vicino.

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La seconda tappa è una delle più classiche e imperdibili: Badwater, il punto più basso in nord America, 85,5 metri sotto al livello del mare, un bacino prosciugato in cui ancora si trovano pozze d’acqua ed in cui cammini su un terreno di sale ed in cui la terra si accartoccia su sè stessa e dá il meglio di sè dal punto di vista geologico. Nelle intenzioni c’era di fare il trail verso la Red Cathedral, una camminata di circa due km (consigliato andare oltre il punto 10 e non tornare subito indietro), ma l’ora ed i 53 gradi ce l’hanno fisiologicamente impedito.
Una curiositá che mi ha letteralmente sconvolta? Proprio a Badwater parte una delle ultramaratone più impegnative del mondo: una corsa di circa DUECENTODICIASSETTE CHILOMETRI che si svolge a LUGLIO che arriva al monte Whitney, a 2530 m di altezza. Una di quelle cose che la gente fatica a fare anche in macchina, tanto per capirci.

Tappa al Devil’s Golf Course (nome ironico per sottolineare come qui, potrebbe giocare a golf soltanto il diavolo), una landa sterminata molto simile ad un campo arato di casalinga memoria, invece fatta di sale cristallizzato,dato che qui c’era un lago che nei secoli si è prosciugato. La parte vicino al parcheggio, ma per vedere il meglio l’ideale sarebbe prendere la strada sterrata, ma purtroppo non avevamo nè tempo nè la macchina adatta. La strada sterrata che arriva fin qui parte da Badwater, o almeno questo è quello che sono riuscita a reperire tra info e guide, ma sulle mappe non è segnalata quindi è meglio chiedere ai ranger (potrebbe essere chiusa per pioggia… Non ad agosto, ovviamente).

Sigillati in macchina con l’aria condizionata puntata sul gelido torniamo verso Badwater e prendiamo la strada a senso unico di 14,5 km chiamata Artist’s drive, perchè i sedimenti ed i colori delle rocce sembrano davvero la tavoletta dei colori di un pittore, le tonalitá vanno dal grigio al viola a tutti i rossi. Ovviamente tutto cambia nei diversi momenti della giornata. Non immagino la bellezza al tramonto. Anche se bisognerebbe vedere qualsiasi cosa al tramonto perchè ogni angolo del pianeta assume un fascino diverso al calare del sole.

E per la fine, due grandi classici e ovviamente highlights del parco: Zabriskie Point e Dante’s view.

Il primo stop, la badlands per eccellenza, è un paesaggio lunare, teatro – oltre che di alcune scene di un lungometraggio di Michelangelo Antonioni chiamato proprio “Zabriskie Point” – anche delle foto di chiunque sia passato per la Death Valley, visto che è decisamente imperdibile.
Allora, facciamo chiarezza, non è che le foto di chi è andato a Zabriskie point sono come le scene del film, anche perchè altrimenti ci sarebbero quotidianamente arresti per atti osceni in luogo pubblico (sì, è una scena di sesso rotolata tra le celebri colline)… Ma chi non ha una foto lì?
Un’informazione mainstream è che il nome deriva da Christian Brevoort Zabriskie, che ad inizio ‘900 fu general manager della Pacific Coast Borax Company che si occupava dell’estrazione di borace nella Death Valley, ma il punto è: cos’è il borace? È un cristallo morbido che si “raccoglie” secco e viene usato soprattutto nell’industria dei detergenti (ma anche insetticidi e disinfettanti) e spesso anche nell’industria degli smalti, visto che ad alte temperature diventa un vetro isolante. Una risorsa a tutto tondo insomma.

Last but not least, ovviamente, 20140725_163328_Richtone(HDR), un punto panoramico alla fine di una strada in salita tutta curve. Cosa si può dire che non sia giá stato detto? Credo nulla. Lá in alto si respira un po’ di più, ed il panorama è come uno se lo aspetta: straordinario. Curioso che quando ci siamo andati noi c’erano un mucchio di api che non riuscivamo a far uscire poi dalla macchina. Spero sia stato un caso.

Un appunto su uno stop che avrei voluto fare ma che ci avrebbe rubato troppo tempo: Scottie’s castle. A parte la strada per arrivarci da cui si può vedere un enorme cratere (Ubehebe crater, ad ovest del palazzo) e che l’edificio è un po’ una cattedrale nel deserto per dimensione e stile… Il motivo per cui volevo andarci era semplicemente la visita guidata. Qui le guide ranger sono vestiti come se fossero nel 1939 e qualsiasi domanda facciate loro risponderanno come sefossero davvero in quegli anni. Oltre allo spiegare molto sul parco e sul suo sviluppo.
No, ok, io ci volevo andare solo per vedere i ranger e chiedere cose assurde.

Un suggerimento su dove dormire?  Noi abbiamo fatto stop al Long street Inn (ad Amargosa Valley, appena dopo il confine con il Nevada e vicino al parco più che al paese), un albergo storico soprattutto per Gianni, che ha rifatto la stessa foto in piscina di 14 anni prima. Il posto è carino, pulito, mediamente economico, con piscina  e tutti i servizi che chiunque un può chiedere in un albergo in mezzo al nulla. Sembra una minuscola Las Vegas kitsh, con memorabilia ad ogni angolo ed un inconfondibile stile anni 70. Anche la cena, senza troppe pretese, non era niente male. Le dosi, decisamente abbondanti. Ah, in giardino potrete familiarizzare con la colonia di anatre.

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