Verso Lake Inle. Un lungo, lunghissimo viaggio.

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A Lake Inle ci si arriva per via aerea (ma è piuttosto caro) o via terra (ad un prezzo decisamente basso), la scelta cade su uno dei due a seconda di diverse esigenze. Tempo, soldi, e soprattutto pazienza. Sì perché il fattore principale da prendere in considerazione se si viaggia in autobus è senza ombra di dubbio la totale e assoluta calma che si deve mantenere per viaggiare 8 ore con alcune decine di persone di troppo sull’autobus.

Prima di tutto, prenotatelo. Se arrivate a Bagan, è assolutamente la prima cosa da fare, perché gli autobus sono pochi ed i posti si esauriscono in fretta. Solitamente si può prenotare tramite l’albergo (al Ruby True è stato possibile) e un camioncino tendenzialmente guidato da un pazzo che vi caricherà come se foste delle valigie, vi verrà a prendere ad un orario improponibile (tipo le 6 del mattino), quando ancora il mondo si sta svegliando sui templi e l’aria è pungente. Copritevi e godetevi il momento, perché con tutta probabilità sarà il momento migliore della giornata.

Per noi è andata proprio così, sveglia prestissimo, colazione a base di pane per fare spugna (ormai so come vanno sti viaggi…) e un camioncino che ci aspetta. Mi son seduta nel posto più vicino alla fine del cassone, ovviamente senza protezioni, quindi sono dovuta stare aggrappata alla protezione laterale in metallo per evitare di ritrovarmi a rotolare per la strada come un cartone animato. Anche perché su quelle strade, le buche non mancano.

Saliamo sullo scassatissimo autobus, cerchiamo di metterci vicini anche se il nostro biglietto dice che siamo seduti uno da una parte ed uno dall’altra. Notiamo montagne di sgabellini in fondo al bus ma non ne avevo capito a pieno il significato… E’ tutto abbastanza lercio e l’unica cosa che mi veniva da pensare era “per fortuna da piccola mangiavo la terra e ho beccato un virus in India che mi ha resa immortale”, ma in Birmania non ho avanzato troppe pretese. Il volume del dvd musicale di dubbissimo gusto ti fa perdere il senso del tempo e dello spazio (forse è quello il suo scopo?), a metà strada, ad autobus pieno, vediamo che l’autista si ferma a caricare altri gruppi di persone e capisco così l’uso degli sgabelli… LA FILA CENTRALE! In effetti mi mancava: oltre ai normali sedili da quelle parti si crea una fila di persone sedute in terra, sugli sgabellini tipici del Vietnam e lì, pasteggiano per tutta la durata del viaggio. Ad un certo punto sono riuscita ad addormentarmi.

Ed è stato proprio lì che è apparso un tizio che faceva le veci di controllore che ci ha chiesto il biglietto. Che non avevamo. Panico.

Il suo inglese era più o meno come il mio birmano, l’autobus si stava fermando e a me è presa l’ansia che ci volesse buttare giù perché non avevamo il pezzetto di carta, anche se c’era il nostro nome sulla lista ed erano venuti loro a prenderci all’hotel.

Dopo minuti di ansia capiamo l’arcano… Non eravamo seduti al nostro posto. Cioè. Con sto casino, in un autobus da 50 posti in cui eravamo in 70 ha fatto spostare tutti perché il ragazzino che era al posto di Gianni doveva essere al posto di Gianni e viceversa. Non potevano rimanere così com’erano. La lista diceva così e così doveva essere. Follia. Burocrazia folle.

 Bava su di me. Si perché il moderno (per gli standard) teenager seduto accanto a me continuava a crollare su di me come se fossi un divanetto umano. Giuro che ad un certo punto ho pensato di puntellarlo con una penna…

E così otto lunghe ore. Ginocchia in bocca, il panico a guardare giù dai burroni e un caldo disumano. Si perché questo è un dettaglio non indifferente: i birmani sono freddolosi, e molto più di me! Sembra incredibile ma con 20 gradi loro sono già in giacca a vento, con il pelo. Sotto i 20 gradi credo si mettano pure le sciarpa. Il punto è che c’è un’escursione termica durante la giornata e a loro avere un po’ di arietta che ti accarezza il viso mica piace. Anzi, stanno ben attenti a non far passare un filo d’aria.

20140118_072516Quindi la scena: 70 su un autobus zozzo, finestrini chiusi, ragazzino che mi sbavacchia dormendo addosso, nessuna possibilità di muoversi e l’ansia di continuare a guardare fuori dal finestrino i cigli dei burroni che l’autista schiva regolarmente per un pelo. L’arrivo al lago è stato come una benedizione.

Stessa tecnica di sempre, ci siamo spostati di 20 metri dal punto esatto in cui il bus ci ha scaricato e abbiamo dimezzato la tariffa del taxi: 50 centesimi e in un attimo siamo in hotel. Pulito, accogliente, ci accolgono con il loro tradizionale succo d’arancia solubile che questo giro voglio interpretare come un integratore di vitamina C e sali minerali… Respirare a pieni polmoni è bellissimo.

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