Ricordi di Vietnam

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Tutto parte da un occhio attento, quello di Andrea B, meglio conosciuto come AndreainThailandia che un giorno mi chiede dove è stata scattata la mia foto del profilo del blog, quella con l’ananas in una mano e l’altra a coprire una bocca troppo piena. Me lo chiede ma la risposta me la dà prima che io possa dire la mia. Vietnam, delta del Mekong. Esatto. E poi la domanda “ho cercato sul blog ma del Vietnam non ho trovato niente, come mai?”. Scusateiovado è nato dopo, molto dopo. Ma questa non è una scusa sufficiente. “dovresti scriverne”. Dovrei. Dovrei tirarlo fuori da quelle parti di me così protette da essere coccolate e difese da altri ricordi, perchè il Vietnam è lì, non si tocca. Non se ne parla molto, “ci sono stata, molto bello… Al nord faceva freddissimo e quando il cielo si apre su Sapa è un sogno”. Molto buono e leggero il cibo, sono stata anche al mare… ah, e ho fatto un corso di cucina. Beh, certo, non si può perdere Halong Bay. Fine. Il Vietnam che racconto è questo.


Il Vietnam è stato il mio primo viaggio è grosso, 20 giorni attraversandolo da nord a sud, la prima vera botta di sud esta asiatico anche se l’anno prima ero stata in Thailandia ma l’avevo vista molto poco e con molta comodità, le prime escursioni, le prime esperienze culinarie davvero “importanti”.
In Vietnam io ci sono scappata, non ci sono andata. In un periodo difficile della mia vita ho provato quello che si potrebbe davvero definire “tempo sospeso”, immobile, congelato. Tempo in cui tutto quello che pensi di aver lasciato a casa si sia fermato e che i problemi senza la tua assenza potessero risolversi da soli, che quel viaggio ti avrebbe aiutata a capire, che i pezzi del puzzle sarebbero stati magicamente incastrati al mio ritorno. E invece era solo un disastro peggiore. Eppure…

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Il ricordo è dolce e vivo, ancorato nella pancia, mischiato a quella sensazione negativa di voler scomparire in quei giorni, in quella terra. Forse quel mescolarsi di pensieri mi ha fatto vedere ancora di più quella terra come un’ancora di pace, con il poter respirare mentre avevo un peso sull’anima che mi stava schiacciando anche il cuore.
Il primo ricordo è Hanoi, caotica, sporca, vedere per la prima volta che quei tizi col cappello a cono che si portavano quella bilancia sulle spalle esistevano davvero. Un caffè terribile, l’insegna lampeggiante di un “church bar” accanto alla chiesa di Sant’Antonio da Padova che assomiglia imbarazzantemente a Notre Dame de Paris. Un ricordo vivo, che mi aveva ipnotizzata perchè non centrava davvero nulla, in mezzo a quel caos, a quegli ammassi di cavi elettrici che si ingarbugliavano negli alberi, tra le case, in quei pali della luce pesanti che non ti lasciavano dubbi sulla follia di chi avrebbe dovuto sbrogliarli. I motorini. Avete idea della follia di motorini girano in città? Stracarichi di persone e oggetti dalle dimensioni e varietà più assurde. Per lo spettacolo era sufficiente fermarsi sul ciglio di una strada trafficata e aspettare che la gente passasse. E così vedevi vietnamiti con caricati sul motorino frigoriferi, insegne di negozi, montagne di ceste. Nulla a che invidiare agli indiani. Qui sono decisamente dei campioni.

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Il primo pranzo. Devo ammettere che mi ha fatto effetto leggere “crickets”sul menu. Cercavo nel mio vocabolario mentale e… Si, la traduzione era sempre grilli. Non ce l’ho mai fatta a mangiarli, neanche quando in Cambogia me li mangiavano accanto sul pulman.
La ragazza che mi avvolge l’involtino di insalata e me lo ficca in bocca dopo averlo immerso nella salsa di pesce da quel sapore strano, con quell’odore rancido a cui non credevo mi sarei mai abituata.
E poi Sapa.

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Abbiamo viaggiato di notte, su un treno in cuccetta con un freddo che ti faceva gelare i pensieri. Nella cabina con noi c’erano due signori che avranno avuto settanta anni, ed erano lì, sul nostro stesso treno pagato pochi euro. I treni da quelle parti sono tutt’altro che silenziosi, e io ho pensato che quei due vecchietti erano davvero due fighi.
Sapa è bellissima, quando il cielo si apre della nebbia che ricopre le vallate terrazzate coltivate ovviamente a riso. I bambini, sporchissimi e selvaggi sono ovunque, ti seguono ovunque. Le donne dei villaggi H’Mong ti accompagnano nei trekking organizzati e io devo ammettere che se non fosse stato per le loro braccia forzute con tutta probabilità sarei ancora impantanata nel fango. Hanno la faccia vecchia e sono piccole come delle bambine. Vestono tradizionale e si contraddistingono per villaggio mettendosi copricapi diversi. Bandane colorate, una specie di turbante rosso o nero. Le domande che ti fanno sono sempre le stesse “quanti anni hai? Hai fratelli o sorelle? Sei sposata? Hai dei figli? Perchè no…?”. Di regola loro a 20 anni hanno già tre bambini e sembrano già piccole donne vissute. Ho chiesto a una di queste che viveva in un villaggio sperduto se era mai stata ad Hanoi e lei ha risposto di no, ma una volta era stata a Sapa. Una volta.

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E Sapa è grande come può esserlo un paesino sperduto sulle montagne dell’entroterra marchigiano.
Le vedi allattare, e ti chiedi davvero quanti anni hanno e come cavolo è possibile che quei mocciosi siano i loro.
E negli occhi ho una scena che mi è rimasta sulla pelle come un pugnale. Una bambina che non avrà avuto più di due anni e mezzo, mentre tutti cercavano di venderti dei bastoni per il trekking, lei con la sua piccola amica, ti proponevano i loro braccialettini, le loro bustine fatte a mano. Gliene ho comprati alcuni, mi piangeva il cuore. E le sue mani erano così piccole e gelate da non riuscire ad aprire il borsino dove avrebbe dovuto mettere dentro i soldi. Glielo ho aperto io. La sua amica mi guardava con la faccia di ghiaccio inchiodata su di me. Nessun sorriso. Discorsi banali, discorsi che potrebbe fare chiunque è stato in un paese dove ancora la poverà è un problema. Ma quello è stato il mio momento da occidentale del cazzo, il mio momento in cui mi son sentita sporca e ricca. Lo sguardo di quelle bambine che ho fotografato mi disturba ancora, come riesce a farmi male riguardare la foto di una bambina, ha cui ho scattato in faccia mentre tendeva le mani. Brutto. Le ho scattato in faccia. Bella foto, brutto gesto, pessimo ricordo.180953_10150191265443327_3323142_n
Parlo sempre al femminile perchè di uomini, su quelle montagne, non ne ho visti. Probabilmente erano nei campi, ma sono presenze con cui è davvero difficile venire a contatto. Solo donne, sempre donne di tutte le età. Pochi denti sparsi.
E poi un the, forse il migliore mai bevuto. Mela con dentro una corteccia di cannella, un profumo e un sapore agri e allo stesso tempo dolci, intensi e con la capacità di scaldarti le ossa, in un clima da brivido. Ho comprato una giacca da mettere sotto una giacca. Abbigliamento tecnico da snowboard della Burton con tanto di etichette pagato 10€… Perchè si sa, lì la roba la fanno e quello è il suo prezzo. Il cielo si è aperto, solo un attimo sulla piazza del mercato, la piazza principale su cui troneggia (ovviamente) una statua di Ho Chi Min: solo un attimo di sole, durato pochi istanti. Un ricordo vivo fatto di dolci al cioccolato bianco, un massaggio ai piedi durato un tempo infinito in un centro in cui era ben specificato che loro facevano massaggi e che non erano prostitute.
Il ricordo del nord, di quel freddo disarmante, dei trekking, dei bambini, del fango, il the caldo, una coperta riscaldata che avevo paura mi fulminasse, il raggio di sole. Ogni interpretazione è libera, ogni pensiero può vagarci in mezzo. Stupore. Un dio qualsiasi con cui prendersela. Almeno per il clima rigido. Sicuramente non previsto.

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7 thoughts on “Ricordi di Vietnam

  1. Ecco. Andrea ha ragione (come sempre).
    Tu devi tirarle fuori queste storie, queste emozioni.
    Tu devi scrivere! Hai un grande dono. Di saper scrivere da dio!
    Non come una giornalista o una scrittrice, ma come una persona che ha Vissuto (con la V maiuscola, sì). Vissuto e Viaggiato.
    E ti immagino lì, con la tuta Burton. Ma altro che piste da snowboard….
    Ti abbraccio Paoletta!

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