Ultima tappa: Calcutta

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Varanasi – Kolkata. Ho il vomito, non riesco a stare in piedi. L’unica cosa che mi interessa è trovare un bagno, ma in India tutto quello che  di regola trovi in un bagno è anche tutto quello che in un bagno non vorresti trovarci.

Per prendere un taxi c’è un chioschetto che ti fa pagare in loco, ti dà una ricevuta, ti metti in coda fuori dall’aeroporto. Usciamo e io non ho neanche la forza di sollevare lo zaino, sono uno straccio, vecchio e sporco, aggiungerei.

Usciamo dalle porte e la prima cosa che mi salta in mente e mi esce dalla bocca è “è uno scherzo, vero?”. Cuba.

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Cioè, era tutto uguale a Cuba! I taxi gialli e degli anni ’50, il casino, le macchine, le piante. Un’aria strana. Giuro, pensavo che se non fosse stato che la gente aveva i tratti indiani avrei riguardato il biglietto aereo più volte.

Ci mettiamo in coda e saliamo sul taxi di un ragazzo giovanissimo, chiude le porte con forza, ci accomodiamo sui sedili di pelle sdrucita, controlliamo che non ci siano troppi animaletti a farci compagnia, mi appoggio su Gianni che è sempre più basito dal mio malessere. Di solito, per fortuna, non è abituato a portarsi in giro una pelle umana.

Piove. il nostro amico guida come un vero tamarro con il braccio fuori dal finestrino cercando di tenere dritta una macchina che ha un gioco di volante peggio della mia: va a zig zag con le mani per andare dritto con le ruote. E poi la chicca: il tergicristallo, probabilmente rotto negli anni ’60 da un hippie che ci è rotolato sopra è stato sostituito da… Il ragazzo che si sporge fuori e butta una bottiglietta d’acqua sul parabrezza! Non so bene se ridere o piangere. Mentre guida, esce, rovescia l’acqua e rientra. Non male.

Cerchiamo la strada, i cartelli sono difficili da trovare, il nostro hotel, il Bawa Walson, si trova in Sudder Street, più o meno paragonabile a Kao San Road di Bangkok: la via più turistica della città, la “buca per stranieri”, per essere più chiari. Vediamo che il nostro autista è perso, continua ad indicare le strade e ci chiede (ovviamente in hindi) “E’ questa la strada?”. Chiede a tutti, si ferma di continuo. Cerchiamo di aiutarlo guardando la mappa e io vorrei solo un letto, una doccia calda e un bicchiere d’acqua calda con il limone. E’ chiaro, è analfabeta. Cerca di lasciarci in una via qualsiasi ma non posso farcela, se in un altro momento potrei prenderla sul ridere questo giro vorrei fargli mangiare lo specchietto retrovisore. “E’ questa?”. Ci prova con tutte le vie, finchè il magico cartello non appare. Siamo in hotel. Krishna sia lodato. A Calcutta abbiamo optato per lo spendere tanto, sempre relativamente al paese in cui ci troviamo. 40€ al giorno a camera per avere delle lenzuola pulite e una doccia senza il boiler dell’acqua calda che ti minaccia di finire ancora prima che tu abbia iniziato a goderti l’igiene quotidiana. Entriamo in camera. C’è il parquet. Entro in bagno, splende, è pulito, ci sono il pettine per i capelli e la spugnetta per lucidare le scarpe in omaggio, nessun boiler. Abbraccio il water e vomito.

L’ora seguente l’ho passata sotto la doccia. 4 shampoo, tre o quattro lavaggi di tutto il corpo con un’acqua così calda che avrei potuto cuocerci due uova nel piatto doccia. O per stare in tema, una zuppa di noodle. I ragazzi escono a cena, io muoio un po’, in un letto finalmente pulito.

La mattina dopo ci siamo alzati ad un’orario ragionevole, ma anche dopo aver dormito circa 12 ore sono ancora messa decisamente male, ma sono fatta così, non mi perdo Calcutta solo perchè ho beccato un virus che stroncherebbe un cavallo. Quindi. grande entusiasmo, scarpe scomode (alle mie maledette scarpe da trekking dev’essersi spostata qualche cucitura e le bastarde mi hanno massacrata per giorni e giorni… E’ un po’ infame da dire, ma ci sono stati dei momenti in cui ho invidiato i piedi dei lebbrosi!) e via per la città.

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Allora. Nell’immaginario comune quando pensi a Calcutta ti salta sempre in mente – anche se non ci sei mai stato – un’immagine di morti per le strade, suore di Madre Teresa che li raccoglie per le strade e una povertà estrema. Diciamocelo, è da un po’ che non è così… La povertà c’è, le suore di Madre Teresa aiutano quanto prima, ma la città mi ha dato l’idea di essere un grande centro, sull’orlo dello sviluppo (per i termini indiani, ovviamente). Abbiamo girato per i mercati, dove ancora vendono pesci e carni appoggiate per terra, ma un’oretta dopo siamo stati in una libreria che non aveva nulla a che invidiare a Feltrinelli (a parte i testi in Hindi non proprio alla mia portata). Aria condizionata a mille e testi interessanti e low budget… Ovviamente mi sono portata a casa qualche libro di cucina.

Una parte della mattinata è stata occupata dalla visita al tempio della dea Kali. Allora, parliamone. Trovo una descrizione esauriente, non mia: “Visita al Kali Temple, Kaligat (Tempio della dea Kali). E’ considerato il tempio dell’antico villaggio di Kolikata, da cui deriva il moderno nome Kolkata. La struttura attuale fu costruita nel 1809; dietro il mandir (tempio) si trova un padiglione in cui le capre vengono tuttora ritualmente sgozzate in onore della dea Kali, terribile reincarnazione della prima moglie di Shiva, Sita. Il tempio e uno dei 51 shakti peeth sparsi in tutta l’India: si tratta dei luoghi di culto che indicano i punti in cui caddero le varie parti del corpo di Sita dopo che esso fu smembrato. Secondo la leggenda, a Kaligat riposano le dita del piede destro di Sati. Questo tempio era un importante luogo di pellegrinaggio già nel XVI secolo”. Traduzione. Un casino pazzesco.

Entriamo nella zona del tempio, dei tizi ci fanno togliere le scarpe, e noi ovviamente, nella bolgia, ce le togliamo e le lasciamo sotto il banco di un venditore all’angolo. A un certo punto mi sono chiesta: “ma se non le ritroviamo!?”. Ok che gli indiani vanno spesso in giro scalzi, ma a raccogliere funghi preferisco andare a Borgotaro e non tra le strade di Calcutta.

Ci avviciniamo alla statua/altare: devi passarci e basta, non puoi fotografare, la gente urla, si spinge si scavalca. Mi viene troppo da ridere perchè è tutto tranne un luogo di preghiera e spiritualità! Animali, gente con delle capre sottobraccio (da sacrificare), donne in preghiera, controllori che vigilanti che ti fanno “circolare”. E’ stato talmente fugace che ne ho un ricordo confuso. Entri, bolgia, casino, ti spingono, compra il mio incenso, prendi due braccialetti fatti colorare la faccia.

Un gesto, nella confusione, ha rallentato il mio tempo. Una signora dalla pelle rugosissima mi si è avvicinata, con un contenitore per i colori in mano, un fiore che sembrava fatto d’argento. Me lo allunga, per chiedermi se voglio comprarlo, le dico di no, congiungo le mano, la ringrazio e faccio per andarmene. mi trattiene per un braccio, mi sorride e mi stringe la mano. Apre il contenitore e mi colora un puntino arancione sulla fronte. Mi sorride e mi accarezza e mi fa un cenno di andare verso la dea Kali. Immagini così, semplici, piccole parentesi di ricordi che restano dentro l’anima.

Purtroppo la mia Calcutta non è molto carica di ricordi: tappa alla casa d’Accoglienza di Madre Teresa, un pranzo in un ristorante molto figo, un signore simpaticissimo che è riuscito a vendermi non so neanche quanti bangles (di metallo, perchè quelli di vetro, a quanto diceva lui, facevano schifo e si rompevano subito… Come oltretutto mi ha dimostrato frantumandolo con le mani!), due serate nel letto a mangiare cracker. La papaya a colazione. Nel tardo pomeriggio ho fatto un giro al mercato con Roberto, abbiamo contrattato per mezz’ora sciarpe bellissime dai colori improbabili, mi sono sentita male passando in mezzo alla zona della carne ( l’odore è osceno, solo in Cambogia al mercato del pesce c’erano puzze simili…), l’ho accompagnato dal mio vecchietto a comprare braccialetti. Mi ha offerto un té e mi ha trattata come se fossi la sua miglior PR, come se ci conoscessimo da vent’anni.

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Di Calcutta ho visto poco, ma mi è rimasto davvero molto. Tra cui il virus che mi sono tenuta a casa per una settimana.

La mattina dopo siamo partiti per fare ritorno a casa: i controlli in aeroporto rasentano il ridicolo perchè ti etichettano qualsiasi cosa e ti controllano decine di volte. E’ a dir poco folle. Si torna in occidente. Fai parte di me adesso, India?

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3 pensieri su “Ultima tappa: Calcutta

  1. Bello questo racconto su Kolkata 🙂 Ho visitato l’India, ma questa parte mi manca. Ci ho ritrovato altre città, ma ognuna ha i suoi tratti specifici e speciali… Povera, so cosa vuol dire il virus che ti riduce ad uno straccio… ne ho sperimentato la potenza devastante

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