Il grande Bagno rituale… Nel cuore del Kumbh Mela

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La sveglia è puntata sulle due del mattino. LE DUE. Del mattino. Il bello del Grande bagno rituale comincia verso le 3:30/4 e noi, al campo, dobbiamo anche arrivarci. Quando la sveglia suona per un attimo penso se è uno scherzo e se ha senso. Mi vesto con tutti i vestiti che trovo in giro, ci facciamo caricare dallo shuttle bus (non c’è tutto il giorno ed è lì bello pronto alle 2:30 del mattino?) e andiamo.

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Sembra di essere in un film. Tutto il mondo del Kumbh Mela si sta svegliando, e il ronzio delle voci e delle preghiere non smette un istante. Un alverare al lavoro, non c’è nessun’altro modo in cui riuscire a spiegare il rumore. Ci incamminiamo in silenzio e lo spettacolo che ci si presenta davanti è piuttosto insolito. I pellegrini si svegliano e ciondolano qua e là, assonnati e con questo secchiellino in mano alla ricerca di una fonte d’acqua sporca o pulita che sia per lavarsi.

Diciamocela tutta. Gli indiani si lavano, ma lo fanno nel modo sbagliato. Se ti siedi in mezzo al fango a lavarti con l’acqua del Gange, davvero… Non so quanto tu possa venire pulito.

E poi in un campo accanto alla strada che portava al gange, una distesa di fedeli intenti in “un momento mattutino che non implica la preghiera”, per dirla soft. Una distesa di gente accovacciata che fa la cacca, per dirla meno soft. Mi veniva solo da ridere.

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Ecco, queste sono le cose che fatico a capire dell’India: un pudore estremo (le donne fanno il bagno nel Gange vestite) e la totale libertà di fare i propri bisogni in mezzo alla gente.

Diciamola così, è come se uno mentre il Papa sta arrivando al balcone per dire l’Angelus si tirasse giù i pantaloni e si mettesse a fare la cacca in mezzo a piazza San Pietro. Più o meno  è così.

E’ assurdo vederli straiati in terra, totalmente ricoperti dalle coperte o dai sari colorati, , tappeti bitorzoluti di persone che dormono accanto a mucche, animali, cibo e centinaia di altre persone.

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I colori delle luci artificiali che illuminano a giorno il delta del fiume sono fantastiche : gialle, intense, dense. Sembrano luci create apposta per fotografare qualcosa di magico. E quella mattina, qualcosa di magico, l’abbiamo visto davvero.

Dopo aver camminato a lungo siamo arrivati in mezzo alla folla, in riva al fiume, in cui i fedeli si godevano il loro bagno mattutino sotto i miei occhi increduli. Qualche fotografia potrebbe spiegare tutto istantaneamente ma senza far cogliere realmente quello che si prova a stare là.

Socchiudo gli occhi e nel silenzio mi piace rivivere quel momento. Un mattino fresco, un’aria pungente, io vestita con giacca e maglioncino e intorno a me indiani mezzi nudi e correvano con entusiasmo a bagnarsi nelle acque sacre. Era festoso. Il frastuono delle voci continuava a mischiarsi con il rumore dell’acqua scrosciante, le tre immersioni, un sorso d’acqua giù nella gola, un bel sorriso. Le donne con i capelli bagnati che si pettinano l’un l’altra, un odore acre e intenso di gelatina per capelli quando ti avvicinavi ad un uomo che si stava dando la piega perfetta nel folti capelli. Le mani che ti toccano continuamente, i ragazzini che giocano sul bordo del fiume come se fossero in riva al mare, i genitori che li riprendono perché no, non sono in spiaggia. I sari colorati immersi nell’acqua e stesi su canne di bambù, la polizia che controlla il tutto, barchette di carta con fiori e candele lasciate andare alla deriva cariche di preghiere e promesse da far esaudire alla madre Ganga, bangles dorati che tintinnano ai polsi e alle caviglie di quasi tutte le donne.

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La folla è intensa e trepidante, tutti aspettano l’arrivo dei Sadhu. La folla è spaventosa. Tutti addossati l’uno all’altro, pressati dalle forze dell’ordine che non hanno nessun problema a usare i loro bastoni sui tuoi stinchi. FIschietto, Bastone. Tutta la folla ti pressa facendo passi indietro, tutti contemporaneamente. Siamo all’uscita della zona in cui vivono i Naga Sadhu, non potrebbe essere altrimenti.

Ed è il delirio. Centinaia e centinaia di santoni nudi che corrono urlando come pazzi, coperti solo da fiori (quando non sono completamente nudi) mentre saltano da tutti i lati, direzione Gange. E’ uno spettacolo pazzesco, davvero difficile da descrivere.

A parte il fatto che non essendo mai stata nello spogliatoio maschile di qualche palestra mi fa effettivamente un po’strano vedere centinaia di uomini col pisello al vento di tutte le forme, stazze, lunghezze (o piccolezze). Oltre al fatto che anche vecchietti dalla lunga barba grigia sorretti da giovani sicuramente più aitanti, corressero in direzione gange saltellando come cheerleader.

Era una festa. Assurda, delirante, tutta tinta di arancione, di colori vivaci. Una festa di fatta di migliaia di persone che guardavano tutte nella stessa direzione con le braccia tese.

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Passiamo al lato concreto della questione. Una buona parte di questi santoni sono dei cialtroni. Perchè ok stare nudi per un voto, ma farsi dare i soldi per poi avvolgerseli intorno al gingillo ha molto poco di sacro e di mistico. Ma alla fine anche le madonne che piangono sangue per me hanno molto poco di religioso e sacro e molto di trovata promozionale a basso costo…

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Altro problema logistico: muoversi all’interno del campo. La folla e le transenne bloccavano qualsiasi passaggio. I carri (cioè, delle specie di camioncini con seduto sopra qualche santone e attaccate decine di persone… Spesso dall’abbigliamento discutibile) continuavano a sfilare lungo le strade e la polizia ti fermava continuamente. Perchè non buttarcisi in mezzo fotografando qualsiasi cosa? Detto fatto. CI siamo buttati in mezzo tra i carri tra le facce perplesse di centinaia di indiani transennati.

Non so neanche quanto abbiamo camminato…siamo tornati al campo tendato verso le 2 del pomeriggio… stanchi morti.  Agognavo così tanto ad un letto e ad una doccia che non sapevo nemmeno in che ordine fare le due cose…i piedi cotti, il cuore e la testa scombussolati, le centinaia di foto fatte senza nemmeno guardare. E la certezza di aver preso parte a qualcosa di grande che non credo rivedrò mai più nella vita.

E ha cominciato a piovere. Se fossi il Manzoni darei un significato purificatore a questa pioggia, ma l’unica cosa che mi viene in mente è il mare di melma nelle tende fatte solo di paglia una palo e due stracci calcolando che di fango ce n’era già un bel po’. E’ strano il rapporto che gli indiani hanno con la terra, lo sporco e la natura. Un occidentale se venisse travolto da un acquazzone tenderebbe all’attacco isterico, uno del Rajasthan alzerebbe le spalle e direbbe “vabbè, tanto prima o poi mi asciugo”. Camminano scalzi nella terra, si lavano nel fiume in cui non sopravvive nessun essere vivente che non sia un batterio della grandezza di un pomodoro e fanno i loro bisogni quà e là. SOno strani. Ammettiamolo. Hanno il cellulare sempre in mano e si dipingono la faccia di rosso. Sono davvero difficili da capire, ma ti restano nella pelle, come se il loro essere “primordiali” li legasse a sentimenti e sensi che noi abbiamo perso nel tempo, nella modernità, nell’amuchina di cui anche io abuso.

Sorridono sempre e diventano serissimi quando li fotografi. No, non li capirò mai.

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