Kumbh Mela, girovagando

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Off. La seconda mattina del Grande Kumbh Mela ce la prendiamo così, a riprenderci, a riposare un attimo le ossa rotte dalla macchina che ci ha sballottato per giorni e i piedi gonfi e un po’ martoriati dai chilometri quotidiani. Soprattutto tra la sabbia in riva al Gange.

Dormicchiamo, scarichiamo le foto,  tiro fuori un paio di libri e mi ci addormento sopra. Sono stanca. Decisamente stanca.

Dopo esserci rimpinzati di cibo indiano rigorosamente vegetariano ripartiamo alla volta del fiume. Il costo della barca rispetto alla sera prima è talmente basso che mi imbarazza scriverlo. Diciamo molto molto molto meno. Molto.

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Ripartiamo attraversando un Gange affollato, pieno di barche cariche e ricolme di persone con borse, sacche piene di cibo, tende arrangiate che diventeranno casa per qualche giorno. Il barcaiolo si avvicina a un lato del fiume con una specie di passerella nell’acqua dove tutti scendono. Prego? Io sarò anche avventurosa al punto di bermi una spremuta di frutto-che-assomigliava-un-po’-ad-un-pompelmo, ma no, non ce li metto i miei piedi nel Gange, non ce la faccio. Anche se immergere le gambe in quell’acqua potrebbe risolvere per sempre il problema dei peli superflui (forse anche delle gambe superflue), chiediamo al nostro Caronte col fiatone di portarci fino a riva (dove decide di fare rissa con altri barcaioli per passare).

Appena appoggiati i piedi sulla terra ferma veniamo letteralmente assaliti dai venditori di colori in polvere, timbrini per abbellire la fronte e soprattutto bambini che, come da tradizione dell’immaginario indiano, facevano uscire serpenti  storditi dalle cestine di vimini. Credo che il mio “porca vacca stammi lontano con quel coso lì” fosse assonante con la traduzione indiana di “fammi vedere cos’hai lì dentro, io amo molto i serpenti” visto che si divertivano molto a venirmi incontro aprendo a sorpresa il coperchio che teneva fermo il serpente. L’unica cosa che mi ha vagamente tranquillizzato è che qualcuno di questi serpenti era palesemente imbalsamato. Ma anche quelli mi spaventano a morte, non posso farci nulla.

Avvicinandosi la data del bagno rituale ogni giorno aumenta il numero delle persone, sembra una migrazione di massa verso il centro della terra. Vaghiamo in lungo e in largo e lo spettacolo è affascinante quanto orribile in certi momenti: le deformità del corpo e la lebbra purtroppo sono all’ordine del giorno, come i truffatori. Ma non sono riuscita comunque a fermarmi a controllare se quelle ferite erano vere o no, perchè mi è bastato guardare una donna disintegrata dalla malattia per rinunciare a farmi certe domande.

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Vivo la mia prima esperienza da bagno nel grande campo del Kumbh Mela e credo non la consiglierei a nessuna donna che ci tiene un minimo all’integrità del suo fiorellino, perchè i bagni chimici che noi troviamo nelle situazioni di grandi folle, in confronto a quello che ho provato… Beh, diciamo che sulla tazzetta del bagno chimico dell’Heiniken Jammin’ Festival ci farei colazione. Con anche tanta gioia.

La toilette consisieva in due lastre di amianto (o eternit, a scelta della malattia che volevi prenderti) a forma di C che si incastravano tra di loro. Fine. In pratica un paravento come quelli del medico ma più grande. La cosa curiosa (e chi è debole di stomaco può proseguire al capoverso successivo) è che c’erano sì allegre montagnole di “cose di qualcuno”, ma mi sono accorta dopo aver fatto pipì che l’unico fazzoletto in terra era il mio. Mumble. Il secchiellino che riempiono e che si portano appresso sempre serve come bidet portatile?  Usano un fazzoletto di stoffa come quello che mia nonna di si infilava nella manica o tra le tette? Una sciacquatina rapida nel limpido Gange? Il dubbio resta.

Continuiamo a mancinare chilometri sotto i piedi e ad ogni due passi veniamo fermati da qualcuno: sono chiaramente qualcosa di anomalo per gli indiani perchè passo la giornata a sorridere a cellulari che mi schiantano in faccia, ragazzi mi fanno i video, mi abbracciano e si fanno fare le foto, mi tirano per la maglietta e chiamano i parenti. Non riesco a togliermi dalla testa l’idea che potremmo essere su una candid camera indiana.

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66988_10151766388743327_188730628_nArriviamo nuovamente nella zona dei Naga Sadhu, e questo giro chi avviciniamo ad un crocchio di persone accalcate intorno a degli asceti che, mentre fumavano allegramente cannoni dalle dimensioni di una banana, benedivano la gente.

E facciamo anche questa, su.

Mi avvicino, ovviamente per prima, e già mi fa strano trovarmi così vicino al pisello infiorellato (non saprei come spiegare che aveva una coroncina  di fiori arancioni ad adornale il sacro pene) e chiuso ermeticamente da un anellino di questo santone anche piuttosto bellino. Mi inginocchio, ed ecco che mi arriva sulla schiena una manata così forte che per un attimo ho pensato che mi avesse incrinato due vertebre, un pugno di rice krispies in mano, un po’ di cenere in mezzo agli occhi. Benedizione fatta. Mi viene un po’ da ridere ma si sa, la tradizione è tradizione. Mi metto in bocca il riso soffiato, i miei compagni di viaggio ancora una volta mi guardano con terrore per la noncuranza con cui ingerisco le cose. Il mio intestino, ancora, tiene botta.

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Più passano i giorni più capisco una cosa dell’India, bisogna essere morbidi. Devi dare la possibilità al tuo corpo di adattarsi, di prendere forme diverse da quelle abituali, bisogna dargli soprattutto tempo. Se ti irrigidisci l’India ti punisce.

E’ un viaggio che ho sentito faticoso, sono un selvaggio per alcune cose ma sono un po’ maniaca dell’igiene e da queste parti ho dovuto armarmi di amuchina e salviettine antibatteriche molto più di quanto pensavo sarebbe stato necessario. Ma mi sono lasciata andare. Al cibo, alle mani della gente che continua a toccarti, alla folla, agli odori. Morbida. E l’India sarà morbida con te.

A parte il santone. Quello mi ha fatto male (qualcuno dei ragazzi credo che abbia la foto della manata che mi è rimasta disegnata sulla schiena!).

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