Primo deserto, Joshua tree

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Sveglia all’alba quando la luna è ancora alta e in giro, ci siamo solo noi. Sto disperatamente cercando di disintossicarmi dal caffè e in queste situazioni è difficilissimo, riempirsi un bicchiere delle dimensioni di un vaso da notte di quella meravigliosa bevanda.. Ok, è chiaro che sono in estrema crisi d’astinenza. Cerco di calmare le mie brame di caffè con un’altra delle mie passioni perverse: gli oatmeal. Per chi non sapesse cosa sono è una specie di muesli da mangiare con il latte caldo. Il risultato è più o meno è come il pastone per il cane ma sa di mela e cannella e quindi a me piace. E poi c’è chi si butta su montagne di uova sode!

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Giretto per Palm Springs e per le ville superlussuose nascoste tra la vegetazione, con i praticelli all’inglese e i muri in sasso e poi davanti a LA villa, quella del King, Elvis. Thomas, nonostante i suoi 23 anni è un vero fanatico di Elvis e muovendo adesso, per la prima volta i suoi passi negli Stati Uniti, non puó essere che esaltatissimo. È prestissimo, ma la città sembra comunque più viva di quest’estate. Questa è altissima stagione, perchè d’estate nella conca di deserto in cui si adagia Palm Springs, si raggiungono tranquillamente anche i 55 gradi. Ti bollono anche i pensieri.

In inverno invece il sole splende, nonostante l’aria gelida che mi regala un grazioso naso da mastro ciliegia. O da mangiafuoco.

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Non resistiamo: prima di dirigerci verso Joshua tree vogliamo assolutamente portare gli altri compagni di viaggio a Pioneertown, se non siamo riusciti a dormire nel motel a tema e neanche a mangiarci un grandioso hamburger da puppies&harriet, almeno dobbiamo fargli capire il perchè ne parliamo tanto. La ghost town che é stata set cinematografici per film e telefilm western negli anni ’40 e ’50 è davvero troppo carina: ben tenuta, con il suo saloon, la sua jail e tutti i pezzi classici di un villaggio dove le sparatorie e gli assalti alle diligenze erano su ogni copione.
E poi via, verso Joshua Tree.
È un parco strano, lontano e diverso da qualsiasi altra zona desertica, in parte per questi curiosi alberi di Yucca, in parte perchè il paesaggio continua a cambiare, la vegetazione alterna gli alberi che danno il nome al parco ai cholla cactus, alle oasi dalle altissime palme.
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Il primo trail in cui abbiamo messo piede è stato quello della Hidden Valley, una gola in cui i predoni nascondevano e rimarchiavano il bestiame rubato. Enormi massi dalla superficie non troppo liscia e qualche cactus qua e là: il paradiso dei climbers. C’erano ovunque gruppetti di scalatori e devo ammettere che ho sempre più voglia di provare anche questa. È incredibile soprattutto la quantità di gente che popola il parco, e realizzo sempre di più che girare sotto il sole estivo come abbiamo fatto noi… Beh, è un po’ da pazzi squilibrati.
Ma anche arrampicarsi su rocce altissime come hanno fatto i ragazzi in viaggio con me è un po’da folli… Ma essendo in viaggio con 5 maschi non credo potrei aspettarmi molto di diverso. E quindi sto in basso, fotografando chi soffre di vertigini un po’meno di me.
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Come secondo trail (di circa un miglio) scegliamo di visitare la Barker Dam, una diga costruita a inizio ‘900 per dare da bere agli animali e poter mantenere un minimo di flora e fauna dell’arido deserto. Diga. Cioè un muretto. Anche perchè piove sempre meno ed è solo un reperto storico. Non ho potuto non ridere quando Alberto, lapidario, se n’è uscito con “a me sembra più che altro una roba fatta in casa!”… In effetti il contesto era bellissimo, ma la diga era bruttarella.

IMG_8725 (Small)Tappa numero tre, finalmente, il Cholla cactus garden! A me era piaciuto così tanto! È una piccola zona dove vivono questi strani catus, ricoperti di aculei che hanno anche la curiosa predisposizione ad attaccarsi a qualsiasi cosa gli si avvicini. Pungono e si infilano sotto pelle. Delizioso. Ma sono così carini! L a nostra attenzione peró viene catalizzata dai racconti di Thomas in una sauna di Norimberga. Ma non posso raccontare dettagli, solo abbiamo riso davvero molto.
Tutti in macchina legati al sedile, guido io! È davvero troppo piacevole essere al volante tra le curve sinuose dei parchi in lisce strade senza buche… Si, mi diverto anche se sono una femmina (e questa volta ho ripreso facilmente la mano sul cambio automatico).
Ultima tappa, l’oasi! Giretto rapido, ma incontriamo un ranger a cui potevi fare domande e chiedere curiosità: peccato che sembrasse uno dei muppets strafatto di peyote.

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Guido e adoro sentire i discorsi più assurdi alle mie spalle: sono bastate 24 ore e già sembra che viaggiamo insieme da sempre… C’è una stana omogeneità tra i componenti del gruppo, un po’per interessi (viaggiare con gente che guardando una roccia dice “hey guarda, sembra l’astronave di guerre stellari!” e vedere che gli altri rispondono “fighissimo, è vero!”, quasi mi spaventa!) un po’ per curiosità intrinseca… Beh mi piace. Arriviamo a Phoenix mentre dormo con la bolla al naso e molliamo tutto in camera in un momento. La scelta di Phoenix è dettata praticamente solo dalla cena… La cena è programmata da Cracker Barrel… Non devo aggiungere altro!

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