Day 2 – Un tuffo nel passato: isole Aran

Sveglia all’alba, per le isole Aran c’è un solo traghetto al giorno e quindi non è proprio il caso di perderlo. In questo momento il servizio è effettuato solo da  Island ferries  e parte alle 10:30 (il sito www.aranislandasferries.com è sicuramente perennemente aggiornato) e in una quarantina di minuti si viene catapultati in un meravigliosa isola in cui di macchine ne girano ben poche e la gente ha le gambe toniche grazie alle biciclette. E anche i turisti possono godersi il panorama pedalando. Io detesto andare in bici, ma siamo in vacanza, evviva l’avventura, si va. Il noleggio della bici costa circa 10 euro per un’intera giornata: noleggiamo, puntiamo al B&B dal gaelico nome impronunciabile carichi come dei poco probabili desperados (portare dei trolley su delle bici è davvero un’impresa… Ma c’è anche chi lo è riuscito a legare dietro e a tirare come un carrettino), partiamo.
Il B&B è grazioso e pulito, la padrona di casa dai rossi pomelli è un tantinello esagitata ma davvero gentilissima. Molliamo zaini e trolley e ci buttiamo alla scoperta dell’isola.
Inishmore è l’isola più grande (lunga 13 km e larga 3) e sembra di essere stati lanciati dentro la valle dell’immaginario collettivo dell’Irlanda: muretti a secco, mare di un blu intenso che di infrange su fiordi e rocce a picco. E perchè no,  qualche forte di epoca antica.
Pedaliamo pedaliamo pedaliamo e l’unica cosa che riesco a pensare è: perché non ho fatto colazione? C’è freddo, e io cerco di saziarmi con la meraviglia del paesaggio… e mangiando more. Si perché sembra incredibile ma l’isola è ricoperta di rovi ancora pieni zeppi di frutti di bosco selvatici ai lati delle stradine e di quei muretti tanto caratteristici. I miei compagni di viaggio si formalizzano sulla questione igienica, io me ne sbatto allegramente… non devo avere gli anticorpi per l’influenza, ma quelli che mi proteggono dai problemi dell’apparato digerente… beh, quelli sono grossi come patate!

Finalmente arriva l’una e mezza e possiamo dedicare un attimo di tempo a riempirci la pancia, e l’unico posto all’orizzonte ai piedi del Dun Aengus (The Fort of Aonghasa) è un piccolo ristorantino gestito da belle signore dai capelli e dalle guance rosse, che evidentemente sanno fare MOLTO bene il loro lavoro (e lo fanno vestite con un tocco Amish che non guasta!)… io ho preso una zuppa e poi mi sono buttata sui dolci (scones e quadrato di toffee che rasentava la pace dei sensi), gli altri hanno fatto cadere la scelta su uno stufato alla Guinness con contorno di purè…dosi massicce. Unico neo un gruppo di italiani nel tavolo accanto che stavano facendo un po’ troppo gli italiani per i miei gusti. Ma si sa, io sono insofferente alla cafoneria sbruffona.

Smaltiamo il tutto camminando in direzione Dun Aengus/The Fort of Aonghasa,  sito storico/archeologico davvero rilevante, anche se la parte migliore sono senza ombra di dubbio le “cliffs”, le scogliere  a picco sul mare che lasciano a dir poco senza fiato. Foto, foto di rito, foto artistiche, foto meno artistiche, foto da brivido affacciandosi e sporgendosi pure troppo visto il vento che tira. Curioso il gruppo della Acer in gita, vedendo il tasso alcolico che avevano in corpo mi sorgono alcuni dubbi sui bug dell’azienda taiwanese… cicchetto sulla montagna (loro), foto in stile gita di classe e poi via, tutti sul pullman… E la cosa migliore che ho visto sono stati una coppia di anzianotti che con fatica e aiutandosi l’un l’altro (oddio, più che altro era lui che quasi si carica la moglie in spalla) si sono fatti tutta la salita fino al forte sui sassi non troppo solidi del percorso pedonale. Sarò romantica, sarò nel mood giusto ma mi hanno fatto una tenerezza infinita: ci ho scherzato un po’ ma in realtà li avrei volentieri abbracciati (e magari per osmosi mi avrebbero attaccato quel marcatissimo accento british). Fine del momento sdolcinato. Tutto quello che volevo era solo una doccia.

Una birra e una doccia. La priorità è stata ovviamente la Guinness! Spillata con calma è stata un grandioso toccasana gustato da Ti Joe Watty’s, un pub storico dell’isola dove spesso suonano anche gruppi abbastanza famosi… cibo ottimo oltretutto, la zuppa di pesce era da capogiro… divina.

E forse il racconto di questa giornata può sembrare un po’ scarno, perché sull’isola non c’era molto da fare a parte pedalare, riempirsi i polmoni di aria pulita, guardare i paesaggi, farsi una Guinness di tanto in tanto e aspettare che il sole tramonti. Alla sera siamo tornati al B&B così presto e con le gambe così a pezzi che non ci siamo nemmeno accorti di aver messo i piedi sotto le coperte stanchi morti e “già docciati” alle 9 di sera. Ma quello che mi resta addosso di  quella giornata sono da mettere nella categoria “beni preziosi” da portarsi dietro e molto difficili da spiegare. Come sempre, ci provo.

Il verde, prima di tutto. Lì è diverso. punto. E’ un verde che risplende anche sotto il cielo grigio, che spicca tra i muretti grigi, che combatte contro un blu quasi innaturale del mare. E’ quel verde scuro che avevo nell’astuccio e che usavo poco per non finirlo, è quel verde che era il profilo degli alberi e il colore della maglietta di qualcuno  che mi era simpatico, è il verde che noi possiamo goderci solo a primavera.

Ho condiviso una birra con una persona che adesso conosco un po’ di più… sembra poco, ma non lo è.

Il piacere un una zuppa calda dopo aver faticato e aver sofferto un po’ il freddo… Scalda il corpo, l’anima, ti fa da confort food, ti fa venire i pomelli rossi, ti ammorbidisce la vita. Ok tutto, ma batte il panino 100 a zero (forse l’unico che può competere è il panino alla cotoletta di mia mamma che ci preparava quando andavamo in gita… Che privilegio a volte essere bambine strambe!).

Correre in bici, fare le gare, mettersi in scia, sentirsi 12 anni, perdere le cose fissate sul portapacchi, guardarsi indietro per vedere se ci siamo tutti, aspettarsi. E partiamo dal presupposto che io DETESTO andare in bici. Mi fa schifo schifo.

E’ stato un bel salto fuori dal tempo…. promosse.

P.S.: la mattina a colazione la signora del B&B ci ha preparato una colazione che probabilmente non avrebbe mangiato neanche un contadino… Ricca e buonissima. Peccato il mare mosso sul traghetto. (…)

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