Giornata di mare tra BBQ, pioggia a secchiate e situazioni ridicole: Galveston

Sono una persona ironica? Si. Sono una persona autoironica? Si, abbastanza. Prendo tutto quello che mi capita in viaggio come un’avventura divertente? Si, decisamente.

La giornata di oggi peró sembra una barzelletta. Di quelle pessime. Quelle che racconto io di solito. Abbiamo dormito nella catena Best Value inn, economica ma oltre al fatto che la camera era gigante e pulitissima anche nei dettagli, nel prezzo era inclusa pure la colazione. E vai, circo dei freak. Accanto a noi si siedono due orientali, dalla parlata sembrano giapponesi. Voglio chiederglielo ma vengo fermata con un “dai, no”. E per una volta mi metto lí buona buona e mangio i miei cheerios (il mio muffin, il mio waffle) e bevo i miei sei o sette caffé. Dopo due secondo esatti confermo “sono giapponesi”- “e tu come lo sai?”. Ho detto solo “guarda”: il tizio accanto a me si stava mangiando l’intero waffle in un morso, dopo averlo agganciato da un angolo lo stava ingurgitando come un piatto di ramen. Intero. Tanto per capirci: il waffle é come un tortino che ha una forma preformata divisibile in 4, quasi come un quadrifoglio. E per chi non ha ben presente era piú o meno come vedere uno che mangia una pizza intera in un sol boccone partendo da un angolo. Rido. Ma lui non era il meglio. C’era una tipa completamente strafatta che parlava da sola, che ha preso cibo per sei e la questione waffle non le era molto chiara. La pastella va dosata in un bicchierino e poi messa sulla piastra. Lei ha riempito la fondina dei cereali. Probabilmente credeva fosse panna cotta o una cosa simile. Però la roba era buona e l’hotel bello. Davvero, andateci. Questo giro era solo pieno di personaggi strambi.

Tutto in macchina e partiamo alla volta di Galveston, ridente localitá di mare Texana, famosa a inizio secolo per essere la Wall Street di questo stato e per un uragano che che nel 1903 ha fatto fuori la bellezza di 8000 persone. Passiamo per Elgine, e ci salta in mente di ricontrollare se era in quell’intinerario sui BBQ e ovviamente,ricontrolliamo fermi nel parcheggio di uno dei posti storici piú famosi. E perché non farci una salsiccia e del brisket con dell’insalata di patate e del cavolo alle 10 di mattina? Siamo al Southside Market, una macelleria che si é allargata a ristorante da battaglia con tavoloni e piatti di plastica. La ragazza ci “sgancia”sul piatto due salsiccione a fettine, 3/4 fette di brisket, una palla da biliardo di patate e la stessa dose di insalata di cavolo. Bicchierone di Coca Cola (diet, ovviamente…si sa, noi stiamo attenti alla linea) sturalavandini e tutto per la cifra di 11 dollari. Sono 8 euro e mezzo circa.  Love USA! Finiamo lo spuntino e ovviamente vado in bagno, visto che la mia autonomia è di circa 20 minuti. In bagno mi trovo un’allegra signora che era seduta davanti a noi e si è mangiata una decina di costine, che attacca bottone. Mentre è seduta sulla tazza e fa tutti i suoi rumorini. Cioè, c’erano pure le porticine minime e quindi le vedevo la testa e i piedi. Io ho bisogno di privacy cazzo! Ho fatto finta di farla e sono scappata fuori. Me la trovo dietro che mi chiede se le presto il telefono per chiamare sua figlia a Austin. Certo!  Col cavolo! Saluto, evito di darle la mano. Via!

Piove a secchiate ed è rassicurante visto che é l’unico giorno di mare e relax di tutto il viaggio. Passiamo attraverso Houston e, dai, visto che mia sorella me l’ha suggerito proviamo a vedere com’é lo Space Center. 6 dollari per entrare nel parcheggio (dev’essere un parcheggio spaziale!) e 23 a testa per entrare dentro. Cosa scusa? Per vedere delle tute spaziali usate e dei  monitor a tubo catodico? No dai.  Ci fermiamo al McDonald’s con un’astronauta sul tetto. È uguale mi sa.
Ripartiamo e in una mezz’oretta siamo a Galvestone, il Red Carpet inn è gestito da indiani, la camera è spaziosa pulita e profumata. Non ho ancora posato la valigia ed ho giá indosso il costume e un libro in mano. Mare arriviamo. Nella zona est, a beach town, parcheggiare costa 8 dollari, quindi cerchiamo una soluzione alternativa. 200 metri piú avanti c’é un piccolo parcheggio con il camminamento pedonale. Perfetto! Lasciamo la macchina dove non disturba e non molesta la natura e un po’perplessi ci dirigiamo in spiaggia. E qui viene il meglio. In spiaggia troviamo furgoni, camioncini, sterei con la musica disco/truzza/rap/taura a balla e la peggior sabbia marrone mai vista. Marrone. Tra i resti di alghe secche troviamo un angolino dove la sabbia é leggermente piú asciutta, stendo come i barboni un bel giornale sotto l’asciugamano e guardo solo il cielo e un gruppo di ragazzi e ragazze che stava in piedi in spiaggia. Fermi immobili, in piedi. I moscerini mi ricoprono, li scaccio e sorrido. Sono al mare. Il mio fottutissimo unico giorno di mare. Ho un libro, il culo bagnato. Gli uccelli sopra svolazzano. Quanti cazzo sono? Una mandria. Non uno stormo, proprio una mandria! Si buttano a capofitto su tutto quello che é cibo e un bambino scappa dall’acqua spaventato e io comincio a temere che se sto troppo tempo ferma si avventeranno anche su di me. Hitcock non l’aveva ambientato qui “Gli uccelli”? Se non qui, sicuramente da qui ha preso spunto. Scoppio. Andiamo prima che venga a riva la carcassa di una mucca come in India. Tra una scarpa vecchia e una lattina vuota torniamo alla macchina. Ho la ridarola isterica e un morso di zanzara sulla caviglia grande come una ciliega.

Andiamo in centro, e io non ho neanche i pantaloni perché la gonna ha toccato terra in spiaggia e in 2 minuti netti si é inzuppata d’acqua come una spugna. L’unica cosa che avevamo in macchina era un paio di bermuda da uomo. Oltretutto rotti sul fondoschiena. Evvai. Sporca, con un paio di braghe da clown aperte sul didietro. Il centro della città, a differenza delle aspettative, è delizioso: perfettamente intatto, è un piacevole tuffo nel passato, con il plus di avere negozi stracolmi di stramberie e birra a 2 dollari. Passeggiamo lungo il viale principale, e ci viene in mente troppo tardi che vicino al molo c’è un museo che proietta tutto il giorno un documentario sull’uragano. Sarebbe stato comunque troppo tardi perché chiudeva alle 5.
Davvero un centro storico di tutto riguardo, pieno di gente, mi sono letteralmente incantata guardando la vetrina di una cioccolateria che come specialità aveva le mele ricoperte: un tripudio di cioccolato bianco e nero, meringhe e biscottini con bombe di nocciole di ogni genere e sorta. E se non fossero costate in media 6 dollari l’una credo ne avrei comprate almeno 4 per far fuori la copertura e buttare la mela.

Tramonta il sole ed é ora di cena: optiamo per un bar/locale con piatti tipici del sud consigliato da tripadvisor, il Gumbo’s bar. Dopo aver scelto tra decine di birre locali optiamo per la specialitá della casa, il gumbo, del garlic bread, l’okra fritta e delle patatine. Il gumbo é una zuppa di pesce (per la cronaca: ne abbiamo preso una sola porzione da spartire, e la ragazza quando é arrivata con l’ordinazione ci ha allegramente detto “ve l’ho giá diviso in due!” e ci ha portato due ciotole enormi, piene. Mi chiedo quindi qual’é la porzione da uno… Il catino della biancheria?) fatta con un brodo scuro che sembra vagamente il sugo dei moscardini in umido, con una palla di riso nel mezzo. Ottimo, sapore intenso e sano. La rivelazione, però, era incredibilmente il pane! Caldo, ricoperto di poco formaggio, burro, aglio ed erbette. Era divino. Il posto é promosso a pienissimi voti, per il cibo 10 e lode, e il servizio impeccabile, la ragazza é stata cosí gentile e premurosa e poco invadente da farmi pensare che in quel posto ci andrei anche solo per delle patatine fritte.
Galveston, alla fine é stata una giornata bellissima, e la cittá è davvero piacevole. Ah, beh, certo. Se non venite qui per il mare.

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