Una gita in montagna: Takayama

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Sono stata una pendolare per anni. Il che significa che ho vissuto sulla mia pelle ore di tempo vissute con pazzi scriteriati, puzzolenti esseri con la grandiosa mania di togliersi le scarpe e impestare intere carrozze, maniaci sessuali, intere famiglie di bambini urlanti, gente che racconta tutti i suoi affari al telefono ad un volume così alto che potrebbero tranquillamente posare il cellulare e farsi sentire, ovunque l’interlocutore fosse dislocato.

In Giappone no. In Giappone la gente si siede al suo posto, in silenzio, in silenzio a orari prestabiliti (dalle loro fisse) mangiano, la prima cosa che fanno è togliere la suoneria del cellulare (e se squilla, si alzano e vanno a parlare nello spazio tra una carrozza e l’altra), si fanno gli affari loro. Sempre IN SILENZIO. E i viaggi diventano momenti di vero relax, accoccolati su poltrone in cui la salviettina appoggia testa viene cambiata ad ogni viaggio (e non ad ogni lustro, o ad ogni decennio come capita in Italia), la signorina che vende cibo carissimo sorride e non urla e ad ogni stazione si viene avvisati prima di tutto da una musichetta che non ti sveglia traumatizzandoti. Ma poi basta puntarsi la sveglia sul cellulare dato che i
treni sono incredibilmente puntuali.

Il trauma si ha al momento del pagamento del biglietto, quindi, passato quello, si può viaggiare sereni. Ma, ammettiamolo, se fosse così impeccabile anche in Italia, la stessa cifra la pagheremmo tutti volentieri. Ah,no! La paghiamo già, ma il servizio è una vera merda! Polemiche a parte, guardando uno splendido paesaggio che cambiava continuamente, paesini e montagne puntellati qua e là di distributori di caffè, cullati da un silenzioso e velocissimo Shinkansen, siamo arrivati finalmente a Takayama, un delizioso “paesino” di montagna (sembra davvero un posticino piccolo, ma la guida mi avvisa che ci abitano circa 95000 persone…quindi tanto piccolo non è), celebre per i negozi di artigianato, le distillerie di sakè e le case dei mercanti. E’ un po’ come fare un tuffo nel passato, tra le montagne giapponesi.

Guest house “SAkura” è un po’ fuori, ma, a quanto dice la mappa neanche troppo lontana, di buona lena ci incamminiamo carichi di zaini (anche perchè ricordo che prendere un taxi in Giappone costa più o meno come andare dal dentista)…Non fatelo! Non siate pazzi! Sono due km in salita, e anche io, che sono “miss impeccabile io non sudo mai” sono arrivata a destinazione  madida di sudore fino alle mutande e affamata come un lupo. La guest house è veramente una chicca. Pulitissima, i letti erano coperti di morbidi piumoni, e coperte di ciniglia, i bagni e le docce (in comune), impeccabilmente splendenti. Nonostante le gambe piegate ci siamo lavati per bene e siamo corsi a caccia di ramen e di curiosità in città. Sulla strada verso il centro c’erano negozietti strani (ditemi dove si può trovare un negozio specializzato in giornali sui treni!), molto artigianato, ma a dirla tutto non me ne fregava poi molto, io stavo puntando al RAMEN!

La LP segnala il Jingoro Ramen, il locale più vecchio di Takayama, difficile da trovare perchè non ha insegne ma quello che si trova varcando quella porta è piovuto direttamente dal cielo. Quella ciotola di brodo è a dir poco divina (no, non è meglio di quella del simpatico maiale ridente di Tokyo, ma si piazza al secondo posto), e le signore che ti servono sono gentilissime. Il locale è piccolo e la sensazione così familiare da farti venire voglia di lavare i piatti. Tutta la stanchezza se ne va, e il freddo fuori (sì cavolo, c’è un maledetto freddo con pioggia infame pure qui!) si sente meno e la carne che c’era in quel piatto… ancora ricordo il sapore. Pazzesco, era davvero buonissimo. Cado nel mio solito coma silenzioso post pasto e una simpatica compagnia di vecchiardi seduti accanto a noi ride e scherza, uno di loro prende una scatolina di kleenex e comincia ritagliarla. Gli sorrido e lui mi appoggia sul tavolo la sua creazione: uno scheletro strambo di cartone. Rido e ringrazio. E così comincia a intagliarmi topolino, Minni, Winnie the pooh… E me li regala, così, per gentilezza. A volte la gente è un po’ strana da queste parti, ma non si può negare che siano deliziosi. Il locale è davvero piccolo (circa 15 posti), ma anche lì il bagno era supertecnologico con tazzetta calda e lavaggio. Ahhhh… il Giappone.

Ci buttiamo nei vicoli di Takayama, per scoprire quell’antico centro storico fatto di basse case di legno, distillerie, negozi… è davvero piacevole vagare per queste stradine, ben tenute e curate nei dettagli (le tendine davanti alle porte sono così graziose!), anche se per i miei gusti è troppo turistico, non disdegno. Takayama è bella, eccome.

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Mi fa sempre ridere che appena esci dal tracciato prettamente turistico si azzera il numero di persone incontrate per strada, e io posso godermi da sola un negozio di kimono usati mentre la mia metà si gusta una celebre casa di un mercante (casa Yosijima-ke), di cui a me , non me ne frega proprio niente. Architettonicamente parlando, ovvio.

Giretto per i templi (rapido… lo ammetto) e poi si è fatta l’ora di cena e optiamo per qualcosa di leggero, un paio di stuzzichini in un locale consigliato (credo non per la loro gentilezza…), proprio vicino alla stazione, l’Origin che serve stuzzichini (spiedini, assaggi o cene complete a base di carne costosissima) e in cui ti guardano male se non bevi una birra.

Mangiamo qualcosa e preferiamo prenderci qualcosa in un family markt (la mia dipendenza da cheeza si è trasformata rapidamente in un problema) e tornare a casa.

Sfogliando tra le pagine della guida abbiamo scoperto che in un paesino poco lontano, proprio quella sera, si sarebbe svolto il  Furukawa Matsuri (chiamata anche festa della nudità), in cui una sfilza di ragazzotti sfila in perizoma, facendo a gara per piazzare il loro tamburello (non è un eufemismo, hanno in mano proprio un tamburello!) su un palcoscenico. Ci pensiamo un po’ su perchè la festa, in teoria, comincia a mezzanotte e l’ultimo treno di ritorno a Takayama è intorno alle 11:50 e io di spendere 8000 euro per il taxi non ne ho voglia. In guest house conosciamo due ragazzi, che ci invitano ad andare con loro: John (un londinese doc con una parlata improponibile inframmezzata da centinaia di “yea”, ma carinissimo e gentile) e LA rompicoglioni.

Non mi ricordo il suo nome, ma se devo pensare a una persona che è riuscita a farmi girare le palle in tempo zero e fastidiosa come una pianta di ortiche nelle mutande, penso a lei. Subito. Ci chiede di andare circa dieci volte, continuando a DIRMI che sono io che non ho voglia di andare e che sarebbe stato “awsome!” (e pensare che questa parola detta dalla bocca di Barney io la adoro!), ma “really awesome”, e poi “really really awesome”. Ok, se avevo anche solo una piccola parte di voglia di andare con questa tartare di maroni che mi ha fatto in 10 minuti è riuscita a farmi venire voglia di tornare a lavorare pittuttosto che passare la serata con lei. E poi aveva l’apparecchio e sputacchiava. Tra le mani di Dexter sarebbe stata “awesome!”

Preparo un macha nel silenzio di due altri ragazzi che si facevano gli affaracci loro in cucina, parliamo in inglese, scopro solo dopo che lei è italianissima e lui è il suo maritino giapponese. Si parla di un po’ di tutto e io ritrovo il piacere di conversare con gli altri esseri umani. Da questo simpatico signore imparo un nuovo modo di dire sui cinesi: “l’unica cosa che loro non mangiano sono la luna e il sole… Perchè non ci arrivano!”. E finalmente andiamo a letto presto.

552686_10151325247983327_1698026574_nSveglia. E LA rompicoglioni è già lì. Riattacca dicendomi quanto fosse stato “awesome! Funny!”, e quanto abbiamo fatto male a non andare. E per la prima volta in vita mia insulto una persona che ho appena conosciuto augurandomi che i suoi capelli prendano fuoco con quel fornello che non riesce ad accendere.

Molliamo i bagagli e andiamo a vedere il villaggio Folk, e quando mi chiedono circa 8 euro all’ingresso mi auguro caldamente che non sia una minchiata in stile gardaland perchè altrimenti potrei uscire portandomi pure via l’ombrellino in puro japan style con cui la tipa sta facendo le foto a un gruppetto di connazionali molto poco sorridenti. Spioviggina pure. Oltretutto.

Gironzoliamo e quasi subito si scopre che l’Hida Minzoka Mura Folk Village (Hida no Sato) è un posto fighissimo, un villaggio museo che ospita decine di case smantellate dalle loro sedi ordiginali e rimontate lì. Si possono trovare enormi case sette settecentesche come di inizio novecento, in cui si può entrare e vedere nel dettaglio come vivevano, gli attrezzi da lavoro, i focolai in mezzo alle stanze. Sono veramente tante e curiose da visitare (dopo la ventesima però, lo ammetto, cominciava a venirmi un po’ di nausea e la voglia di mettermi un kimono d’epoca e fermarmi lì a vivere è scemata del tutto), anche perchè molto diverse tra loro. Oltretutto si possono fare anche corsi di intreccio di ciabatte in una delle casette, ma ve lo sconsiglio vivamente a meno che non sia agosto visto che, quando c’è il fuoco acceso, in quelle case si rischia di rimanere intossicati dal fumo. Casa, casina, casetta, fienile, rimessa per fieno, stalla per animali, negozietto di artigianato locale con tanto di intagliatore che ti crea l’opera sul momento. Per un gufetto di poco valore (questa è l’unica traduzione dal parmigiano che mi viene per il modo di dire “da fiscia”) chiedeva circa 25 euro. Prego? Facevo dei lavori migliori quando giocavo con le matite da muratore e il taglierino in classe con la mia storica compagna di banco. Matite che diventavano pini, castori…e credo poco altro. Si, non grandi opere ma per  superare le ore di fisica era un ottimo passatempo. Imperdibile comunque (il villaggio, non la mia collezione di stupidate delle superiori). Davvero una perfetta ricostruzione, ben fatta, non pacchiana, non fuori luogo.

Torniamo a strafarci di ramen dalle nostre due “amiche”cuoche ed è ora di rimettersi in cammino per Tokyo. Si avvicina la fine del viaggio e io faccio finta che non sia vero.

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