Kyoto City Marathon

IMG_8111Ultimo giorno nella poetica Kyoto, dobbiamo vedere tutto quello che era in programma ed  il primo regalo della giornata è un bellissimo sole. E’ una maratona, ma senza l’obbligo di sudare e di farsi venire un embolo, e ovviamente, con la possibilità di farsi un matcha di tanto in tanto.

Colazione in una stazione della metro. Detta così sa di autogrill sudicio, ma la realtà è molto diversa. Bakery. Brioche di ogni genere e sorta (la mia con cannella e noci), panini, bidoni di caffè bollente, un profumo inebriante di panetteria con pasticceria annessa (che poi è quello che è!) e i miei occhi che sono sempre più grandi della pancia. Dopo questo sono in grado di superare qualsiasi ostacolo o qualsiasi scarpinata distruggi gambe.

Le tappe della giornata sono:

1- Foresta di bambù

2- Pagoda d’oro

3- Castello di Nijo (si, ma non è roba con bastioni e torrette, il
concetto di “castello” da queste parti è molto diverso)

4- Ginkaku-ji (un giardino splendido con, nel centro, una distesa di
sabbia bianca rastrellata alla perfezione, coni e disegni) con annessa passeggiata della filosofia.

Ma cominciamo dall’inizio

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Per arrivare alla foresta di Bambù il percorso non è difficile, ma si scopre solo al finale della corsa (i tram si pagano quando si scende e io, lo ammetto, non capisco bene ancora adesso come funziona), che, anche se la guida dice il contrario, non sono comprese nel pass giornaliero all-inclusive dei mezzi e che quindi sì, bisogna pagare. Due passi  e ci si immerge in questa maestosa foresta, fatta di piante altissime ed è un paesaggio incredibilmente suggestivo. Si può camminare per circa 500 metri in mezzo a queste piante dal fusto sottile e dall’altezza inimmaginabile e ti chiedi come riescano a trasformarle in poltrone o mobili dell’Ikea. Macchinazioni mentali inutili, la foresta è fantastica. Sulla strada incontriamo un pittore (che dipingeva un  paesaggio che non c’entrava ASSOLUTAMENTE NIENTE con quello che stava vedendo, mi sono domandata l’utilità di stare in mezzo a un posto del genere se devi dipingere una barchetta in mezzo al lago), un gruppo di americani salterini (mezz’ora a saltare e a farsi le foto… che fantasia!) e un trans. Cioè, un uomo vestito più o meno come barbie discoteca anni ’80 e, lo ammetto, ci sono rimasta davvero di stucco (anche perché era alto circa un metro e 80 in compagnia di una ragazza che gli arrivava a malapena alla pancia). Curioso. Ci accorgiamo che c’è anche una stazione della JR e cerchiamo di prendere il treno da lì per tornare in città, ma… è chiusa! Chiediamo a una ragazza e ci informa che è chiusa perché è festa. Cioè… chiusa?! Rimango sempre perplessa davanti alle loro stranezze. Ci tocca tornare indietro e prendere ancora il treno/tram a pagamento… sulla strada però rimango stupita e incantata: c’è una gelateria che vende coni a meno di 3.50 euro! Un dettaglio inimmaginabile è che in Giappone il gelato costa uno sproposito (mai meno di 3.50 euro e fino a 6 euro per un cono soft, si quello che al McDonald’s ti tirano dietro per 50 centesimi), e non si può non fermarsi a provare un gelato al matcha per “soli” 2.50euro. Buono, ma gli smoothie thailandesi per la folle cifra di 50 centesimi, lo ammetto, erano meglio!

Tocca al Padiglione d’oro, il sito per scolaresche per eccellenza. Pienissimo di ragazzini e ragazzine di tutte le età, in diviseporno soft che si mettono belli in ordine a farsi fotografare con delle usa e getta.

Prego? MACCHINETTE USA E GETTA A PELLICOLA IN GIAPPONE? Siamo per caso nel 1995? No, c’è tanta gente che le usa e io sono rimasta basita. Nella patria del digitale, ell’elettronica, della mia amata (e carissima!) Canon, ci sono ragazzi e professori che scattano con le stesse macchinette usa e getta che abbiamo comprato dai cinesi per il matrimonio di mia sorella, roba su cui probabilmente sono stati impressi culi, posaceneri e facce ubriache. Passiamo oltre. Il Padiglione d’Oro (o Kinnkaku-ji) ha un’affascinante storia di ossessioni, incendi e follie ed è un posto a dir poco magico e suggestivo. La pagoda risplende al sole, ricoperta completamente da scintillante oro,  il giardino sembra (probabilmente è) stato composto per fare “fotografie facili” e sempre perfette, da incorniciare tra bonsai, piante, laghetto. Sfondo un po’ sfocato e ci siamo. E’ affollatissimo, ma dopo essere stata in Cina, tutto mi sembra normale e non claustrofobico. Le ragazzine sorridono e si coprono la bocca mentre le fotografo, il mio compagno lancia un monetina porta fortuna e nel luogo adibito e ci si accorda nel raccontare che è andata in centro. La giornata è calda e tutto perfetto.

Usciti dal parco del Padiglione ci sono bancarelle di noccioline ricoperte di wasabi e altre schifezze caloriche, assaggiamo tutto e la gentilezza del ragazzo ci impone di comprare queste caloricissime e ottime schifezze alimentari, e vista la strada fatta ce lo possiamo permettere (anche dopo aver bevuto un matcha e una specie di fanta al kiwi o roba simile… Il colore era veramente fluo/evidenziatore e il sapore chimico da impazzire. Ma siamo in Giappone e questa è la norma!

Di corsa verso il prossimo autobus e la prossima tappa.

Un dettaglio, anche alle fermate dell’autobus viene segnalata l’attesa e non sbagliano di un minuto. Sospiro e sogno un’Italia non perennemente in ritardo, ma la mia attenzione viene canalizzata su un distributore di “cose utili”: si, c’è un distributore di riduttori, spine multiple, camice  e… CRAVATTE! Fantastici. Non si sa mai che uno si ricorda di avere una riunione e che si trovi nel panico indossando una camicia dal colore non adatto! Non sia mai! I giorni passano ma io continuo imperterrita a stupirmi e a ridere delle loro stranezze. Poi io adoro questa loro fissa di mettere distributori di bevande ovunque. Si possono trovare sul ciglio di una strada in campagna come all’uscita di qualsiasi hotel, in metropolitana e SUL treno. Ovunque c’è tappezzato di distributori di caffè (caldi e freddi) di ogni genere e sorta, bibite, acqua, matcha, the verde (tendenzialmente non zuccherato) e bevande oscene al  germe di grano che se vengono sorseggiate calde hanno un simpatico doppio fine. Ah,uno dei caffè più diffusi è il Georgia, che ha fatto del suo gusto europeo il suo punto di forza. Gusto EUROPEO? Ma qualcuno ha spiegato ai simpatici omini dagli occhi a mandorla che tra la Germania (in cui si beve sbobba marrone), la Spagna (in cui si beve una specie di ibrido tentativo) e l’Italia, c’è un mondo di differenza? Rido e mi drogo di quella lattina dall’aroma robusta. Robusta come il caffè decaffeinato che si fa mia mamma al mattino.

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Torniamo in città e, correndo più che mai ci dirigiamo verso il “castello” di Nijo, e come al solito sono dovuta rimanere a bocca aperta dando fuoco a quelle strane aspettative miste a preconcetti. Sarà che vivo tra Parma e Piacenza dove la quantità dei castelli è superiore alle pecore che popolano il territorio, sarà che sono abituata a torrioni e fortificazioni, sarà che mi piace andare a mangiare al castello di Torrechiara ma… questo che castello è? Sono due splendidi palazzi, enormi e circondati da giardini fioriti (ci sono anche un paio di grandi pareti di enormi mattoni di pietra), ma le pareti di carta tanto forti non mi sembrano. Enorme casa e puzza di piedi. Si, dai, ammettiamolo, all’ingresso dove bisogna lasciare le scarpe si ha proprio la stessa sensazione del noleggio scarponi da sci quando sei in montagna. Ragazzi i piedi. Lavatevi i piedi! Giriamo per questa enorme villa in puro stile giapponese, dove si sprecano le sale per le udienze in cui troneggiano manichini vestiti di tutto punto che mimano gli incontri del tempo. Ovviamente non sono fotografabili, purtroppo! Una particolarità? Il pavimento a uccellii! L’imperatore era così paranoico che ha fatto creare questo particolare pavimento cigolante che emette un sonoro gnignig ad ogni passo, preoccupato per la sua sorte. Le guardie c’erano, ma forse aveva anche un paio di problemini in casa tra concubine, mogli e, probabilmente, servi sottopagati e con problemi sindacali.

Il sito è incredibilmente affascinante, un salto indietro nel tempo in un mondo fatto di giardini perfetti, terrazze di

IMG_8239avvistamento, tatami intrecciati e pareti scorrevoli (mi raccomando, non toccate niente).E’ questo il Giappone immaginato, quello che abbiamo visto nei film (no, l’impero dei sensi non centra), quel mondo fatto di impeccabile perfezione e arte.

La sakura, i giardini impeccabili, quell’aurea di sacro ma non religioso. E’ davvero emozionante.

Ultima tappa del tour, è il Ginkaku-ji (tempio che nasce con l’ambizione di diventare il “Padiglione d’Argento”, diventa presto solo un’ambizione, inizialmente pensato come dimora estiva dello shogun Ashikaga Yoshimasa, è famoso per  la sala da thè più antica del Giappone datata 1482 (e prototipo di tutte le successive) e il giardino adiacente il complesso, con i suoi alti pini, la sabbia rastrellata e il laghetto con le carpe), arrivarci al tramonto è pura
poesia.

Già quando ti consegnano il lenzuolino all’ingresso (il biglietto è una specie di foglio A4, che sembra scritto a mano in armonici caratteri giapponesi), capisci che stai per vedere qualcosa di veramente grandioso, e devo ammetterlo, è così. All’ingresso si può vedere da diverse angolature una splendida distesa di sabbia bianca con uno strano cono all’estremità (simboleggiano una montagna e un lago), meticolosamente e ordinatamente rastrellati e composti, e questa non è neanche la parte migliore. Il giardino, gli splendidi vialetti che si articolano sulla collina, il fiumiciattolo che ci scorre in mezzo. E’ commovente. Se in Thailandia e in Cambogia ho imparato a commuovermi e ad emozionarmi dinnanzi alla sacralità di alcuni posti,se  la Cina mi ha devastato l’anima per la maestosità delle sue imprese, il Giappone mi ha toccato l’anima per quella bellezza tanto perfetta da sembrare irreale. Non capirò mai la gente che non ama viaggiare o che viaggia per villaggi.

Camminiamo sul sentiero della filosofia mentre il vento fa cadere una pioggia di petali di ciliegi, mi infilo in un meraviglioso negozio di kimoni vintage che ha come guardiani degli orsetti di peluche che pescano nel fiume.

Sono sicura che Kyoto mi mancherà molto, sono sicura che qui ci ritorno.

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