Sentimentalismi giapponesi… Kyoto, day 2

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Amo Kyoto. E’ davvero piacevole e ricchissima di cose da visitare (più di Tokyo),  ha un gusto retrò che mi piace…e molto. Però ha unapecca, ammettiamolo. I mezzi! Siamo in Giappone e tutto è sempre scritto nei due caratteri giapponesi prima di riuscire a capire in inglese “dove sei,dove devi scendere, più che altro ho preso l’autobus giusto?”. SI, perchè a Kyoto ci si sposta principalmente in autobus e questo lo sopporto davvero a fatica (anche perchè la linea JR qui copre ben poco e quindi dobbiamo sborsare cifre esorbitanti per qualsiasi corsa in tram o con i diversi mezzi). Pazienza dai, merita.

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La giornata comincia con la visita a uno dei templi più belli che misia capitato di visitare (e ammettiamolo, tra Thailandia, Cina, e Cambogia… ne ho visti, e a un certo punto mi sono venuti “due templi così!”…): il Fushimi Inari, santuario dedicato alle divinità del riso, e soprattutto del sakè. Fantastico. Mi viene sempre da fare il confronto e penso “e se da noi ci fosse una chiesa dedicata alla madonna del Brunello di Montalcino? Forse ci andrei molto più volentieri”. Ma sto divagando. Bisogna per forza arrivarci con gli autobus, ma sulla mappa è piuttosto chiaro ( e si, questo significa che non riesco a trovare la mappa degli autobus di Kyoto da nessuna parte!). E’ stupefacente. Ma sul serio. Il complesso è costituito da 5 templi, dislocati (o dispersi) per la collina, ma la parte straordinaria è il sentiero che porta ai diversi santuari, racchiuso per tutta la lunghezza da innumerevoli torii arancioni(http://it.wikipedia.org/wiki/Torii), fiancheggiati da volpi e statuette votive. E così si può camminare per un tempo infinito in un luogo magico (c’è anche un laghetto, che ovviamente, male non fa,e si va a inserire in quel contesto di equilibrata, giapponese perfezione), in cui puoi incontrare anche bellissime donne in abiti tradizionali, giapponesini che si promettono amore e, per fortuna, non troppi turisti stranieri. Abbiamo camminato a lungo e io non sono riuscita a stancarmi di fare fotografie (guardandole col senno di poi…sono un po’ tutte uguali!), guardarmi in giro e dire “ooooohhh..” mentre una volpe guardava me con sguardo severo con una punta di disapprovazione per la scompostezza. Ah, la volpe ovviamente era di granito. E’ sugestivo ed emozionante perchè è qualcosa di veramente diverso, e dopo che uno ha visto quantità indefinite di templi (grandi piccoli, buddisti, shintoisti, dedicati a dei e divinità strambe) e Buddha in tutte le posizioni possibili e immaginabili (seduto, in piedi, sdraiato, un po’ su e un po’ giù, che ride, che ride un po’ meno, con pancia, con pancetta da bevitore appena accennata) , trovarti davanti agli occhi una cosa del genere è una boccata d’aria fresca, quel gelato in un pomeriggio d’estate che è tutto quello che puoi desiderare insieme a un po’ d’ombra e  a una buona compagnia. Il ricordo resta, ed è bellissimo.

Pranzo light e poi raggiungiamo il Kiyomizu-Dera. Il sole stava spuntando e io ho pensato davvero che sarei andata in iperglicemia da meraviglia. Solo il “fuori” senza entrare soddisfava gli occhi e l’anima. Credo di aver detto tutto. E poi scivola così il tempo, tra l’incanto dei ciliegi in fiore, una giovane famiglia di Hiroshima che sprizza orgoglio giapponese da tutti i pori, ragazzine splendenti in abiti tradizionali che si fanno foto con l’immancabile iphone, famiglie, fiori. E’ questo il concetto di kalokagathia che cercava di dirci Platone con i suoi pipponi e i suoi tomi? Il concetto unificato di “bello e buono” è intrinseco nei geni giapponesi? Mi sono posta mille volte questa domanda, guardandoli sorridere con gentilezza, indaffararsi per riuscire a soddisfare qualsiasi richiesta, essere orgogliosi di come sono. La loro predisposizione al buono li fa sembrare anche più belli. A parte i denti. Che quelli sono storti comunque. La società giapponese mi incanta, mi lascia sbalordita e mi piace lasciarmi trasportare, mi piace sentirmi in colpa se mi cade un fazzoletto dalla tasca. E’ ovvio che non sono solo questo, che il mondo del sol levante è un mondo terribilmente complesso e regolamentato da rigide leggi scritte e non scritte, graduatorie, gerarchie, burocrazie, e che, a quanto dicono tutti (e soprattutto il buon Terzani a cui è sempre stato sulle palle non essere riuscito a “diventare giapponese” e neanche vagamente a sentirsi accettato almeno in parte), è totalmente impenetrabile… ma è un incanto esserci in mezzo. Ho riscoperto lo stupore davanti alle piccole cose che, ammettiamolo, dopo un po’, in viaggio perdi. E io sono una che spalanca la bocca molto spesso. Divago, lo so. Ma potrei parlare di un semplice gesto, di un inchino, di un invito a visitare la loro città, per un tempo infinito al punto di diventare noiosa.Forse la mia è soltanto tutta invidia. Il tempio è enorme, e si affaccia sulla valle in cui si adagia Kyoto e le foto non rendono assolutamente giustizia a quel brivido di guardare quella città con accanto un monaco col suo vestitino arancione che sorride. Ecco, visto, io spalanco la bocca in grandiosi “oooohh” per tutto. Curiosa una comitiva di vecchietti, probabilmente una rimpatriata scolastica, che hanno al collo la loro foto da giovani…sono uno spasso! Continuiamo il giro per  i vicoli della città, e seguiamo il percorso consigliato dalla LP. Giriamo tra le stradine, raggiungiamo il Sannen Zaka, una via lastricata con tantissime case tradizionali in legno, sale da te e piccoli ristorantini fanno da cornice in un contesto fuori dal tempo. Si prosegue e si arriva al Maruyiama- koen, il parco in cui si può trovare il ciliego più famoso di Kyoto (il più vecchio? Il più balordo?) in un grigio e triste contesto, che sapeva di fritto più che di sakura. Lo dico e lo sottolineo: tra Tokyo, Kyoto e tutto il resto del Giappone abbiamo visitato una quantità innumerevole di parchi (si, si e si, ci è preso un super trip per la contemplazione degli alberi in fiore! ), e questo è senza ombra di dubbio il più brutto, il più triste e il più puzzolente parco mai visto. Le carpe oltretutto mi sembravano geneticamente modificate (GI-GAN-TI), ma probabilmente erano solo alimentate con frittelle e patatine dall’orribile aspetto e souvenir rifiutati. Oltretutto una gentilissima signora giapponese ha attaccato un bottone infinito. Non si riesce a ignorali (a parte che di regola, i giapponesi non attaccano mai a parlare per primi), sono troppo gentili, ma quando le conoscenze massime del loro inglese si limitano a “the cat is on the table” e cominciano a parlare solo giapponese annuendo con foga…è difficile. Molto! Scappiamo, vaghiamo, la città è splendente e il pomeriggio è dedicato solo a questo.

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