Postcard from Hiroshima

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Un respiro profondo, si parte per Hiroshima. Ho sempre amato le città con una storia recente, ancora visibile come Berlino, Phnom Penh e tutti quei luoghi che adesso sono oasi simboliche di cambiamento e libertà. Hiroshima è una di queste, anche se questa città, è stata protagonista di un brusco stravolgimento  della storia del mondo più di 60 anni fa.

 E sembra strano ma la prima sensazione provata uscendo dalla bella stazione della città è quella di respiro, aria pulita dentro i polmoni in questi enormi viali, il fiume il cui letto è lateralmente ricoperto di ciliegi in fiore, sarà che splende il sole e che finalmente ritrovo la sensazione di “caldo”, ma come prima sensazione mi viene spontaneo dire un convinto “wow, bella”, nonostante sia cosciente che è un luogo senza storia e che tutto quello che vedo intorno a me ha molto meno di 67 anni.

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La gioia di esserci, comunque, ti lascia un brivido sulla pelle di angoscia perchè nei volti degli anziani, più che in città, cerchi i segni della tragedia, di quella orrenda mattina di agosto del 1945 dove la città è stata cancellata dalla faccia della terra. Il pomeriggio scivola così, passeggiando e in un picnic in vero japan style, con bento box e sotto a un ciliegio, sotto un sole caldo come non vedevamo da tempo, perchè, ammettiamolo, a Tokyo il tempo fa tendenzialmente schifo in questo periodo. Una giornata tranquilla, per prendere fiato dopo aver corso tanti giorni e Hiroshima è il posto giusto.

La mattina seguente, Myajima e poi, sotto una triste e malinconica pioggia ci siamo avventurati (oddio, tra le strade commerciali di Hiroshima c’è ben poco di avventuroso) a visitare il cuore della città, il Peace Memorial Park, dove  sono situati i vari siti storici tra cui il Dom e il Peace Memorial Museum. Allora: mia sorella c’è stata a settembre e mi ha detto solo “questo è il posto in cui dovrebbero portare tutti i capi di stato prima dell’elezione, per fargli capire cosa devono e cosa non devono fare”, e aveva terribilmente ragione. Il contenuto di quel museo l’ho elaborato e percepito col tempo; sul momento, lo ammetto, non mi aveva colpito più di tanto, non perchè non fosse “forte”, ma perchè dopo aver visitato i Killing fields in Cambogia dove la follia umana ha toccato punte che, almeno per il mio cervello, non sono concepibili, tutto mi sembrava meno grave, meno folle, meno atroce. E invece guardandolo dalla giusta distanza, metabolizzandolo col passare dei giorni, il museo è un pugno nello stomaco che  occhi sensibili potrebbero risparmiarsi. E’ oggettivo, non racconta la “storia dalla parte dei giapponesi”, ti sbatte in faccia la storia con fotografie di una città disintegrata in un attimo, immagini che ti mostrano con violenza da dove sono dovuti ripartire a ricostruire la loro vita, quelli che non sono morti sul colpo, quelli che sono sopravvissuti per qualche anno alle folli conseguenze delle radiazioni.

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E c’è un doppio plastico, che ti mostra cosa c’era e cosa è rimasto in piedi, e ci sono oggetti di uso comune carbonizzati, e ci sono testimonianze di generazioni distrutte dalle radiazioni e c’è l’orrore, quello vero, la vergogna di essere un uomo della stessa razza di chi ha commesso quel crimine, che ha giocato al piccolo chimico bombarolo sulla pelle di persone innocenti. Ho sempre avuto l’impressione che gli americani avessero usato la bomba su Hiroshima come esperimento, per vedere “cosa succedeva” sul serio provandola come arma di distruzione. Impressione confermata. Peccato che loro l’abbiano trovato divertente, tanto da rifarlo su un’altra città. In un angolo, poi, sono state posizionate tutte le lettere di protesta che i diversi sindaci di Hiroshima o gli ambasciatori negli USA (e in altri stati) hanno scritto ogni volta che al mondo sono stati fatti dei test nucleari, proteste, richieste, domande. Inascoltate. E ogni volta la incollano lì, su quei pannelli, in cui realisticamente hanno lasciato fin troppo spazio bianco. Guardi le foto di cadaveri che ancora respirano e che hanno perso la connotazione umana nel senso vero del termine, guardi quel plastico dove non è rimasto nulla e ti chiedi seriamente dove sta andando l’umanità. Con lo stomaco e il cuore a pezzi usciamo per vedere il parco della pace, ma anche il cielo ha il nostro stesso umore, piove. (Per chi non fosse chiaro l’effetto della bomba atomica potete cliccare su questo sito interessante che spiega in maniera pratica cosa è successo, soprattutto nei mesi successivi all’esplosione, perché, sembra paradossale, ma una bomba che raggiunge i 6000 gradi e che devasta completamente una città a volte può essere la parte meno dannosa di un disastro… http://www.jappone.com/cultura/hiroshima/hiroshima6.html)35581_10151521043708327_1553787372_n

Il centro storico è carino, pieno di negozietti interessanti (tra cui uno che vende solo oggettini a tema gatti, quindi dalle borsette alle cuffie con i gattini, alle sciarpe gattose), con un tocco di vintage che non guasta mai, la città è più viva che mai, e si, con questo intendo che è pieno di locali (anche per soli ometti desiderosi di bambole con occhi a mandorla… magari con abiti tradizionali).

Il piatto tipico della città è l’okonomyaki, che wikipedia definisce così: “letteralmente okonomi = ciò che vuoi, yaki = alla griglia è un piatto agro-dolce giapponese che ricorda nella forma il pancake americano. Vi sono diverse varianti di questa pietanza, fra queste si è distinta quella cucinata nella regione del Kansai, tanto che frequentemente l’okonomiyaki viene chiamato la pizza di Osaka”. L’impasto comprende, tra i vari ingredienti, fettine di foglie di cavolo, acqua, farina e uova. Vengono aggiunti, a seconda dei gusti, carne, seppie, gamberetti. Solitamente viene cucinato negli appositi ristoranti su una piastra calda chiamata teppan. In pratica frittata, germogli di soia, fettine di carne fritta, salsa agrodolce, finto prezzemolo. Uno dei posti “celebri” dove mangiarlo è l’Okonomimura, una specie di palazzo dedicato solo a quello, in cui vengono serviti diverse varianti del piatto base (più carne, con noodle, senza, uovo o no…) in tanti piccoli chioshetti tutti in fila, in cui ci si siede al bancone e in cui viene preparato davanti a te, il tipo scelto e si può mangiare caldo poco alla volta prendendolo dalla piastra. Il costo varia dai 550 yen ai 1200 circa, a seconda degli ingredienti, e noi, ovviamente, li vogliamo provare tutti.

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Cominciamo con uno gestito da due signore che guardano il baseball, una gentile, l’altra è invece una delle poche giapponesi antipatiche e con quell’aria di sufficienza che solitamente cercano di non far trasparire. Proviamo quello base, e io rimango un po’ perplessa. Non sa di un tubo di niente e io non ho voglia di far fare ad ogni boccone il bagnetto nella salsa. Voto 6, perplessa. Vogliamo provare, ovviamente, quello dove si è affollata più gente locale, solo giappi che si godono il loro piattino. Peccato le la vecchia (eh si…) antipatica ci cacci via. E pure in malo modo. Fa il classico gesto giapponese per dire no, braccia a x davanti alla faccia, “close, close”, peccato che fossero le 8 e la gente continuasse a entrare. Ovviamene io mi sono inversata come poche volte nella vita. Ma che acidità, vecchia. Lo sappiamo tutti che voi siete il popolo più gentile e allo stesso tempo razzista del mondo, ma a te mancano proprio i fondamentali del trattare con la gente. Brutta vecchia. Optiamo per un altro, elaboriamo un po’ il piatto con i noodle (lo step successivo a quello base), salsina, maiale, prezzemolino. Niente, a me questo piatto non dice niente. Buonino, mi sembra uno di quei piatti che di regola preparo a casa, quando non ho niente di pronto e faccio il piatto di Rodrigo “con tutto quello che c’è in frigo”. Arrangio, butto dentro e spero che il risultato sia creativo e non cattivo. Voto 6 per l’impegno (e per avercelo tagliato senza farci impazzire lanciando pezzi ovunque). Sarà che la vecchia mi ha incattivita, sarà che il piatto non è nulla di che (ovviamente parlo per me, da drogata di cucina giapponese), ma quella sera, mi ricordo solo una fantastica busta di crackers al formaggio… Cheeza, mi mancate tanto.

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