Pazzi per il Ramen

Svegliarsi alle 8 del mattino pensando al ramen non è normale. Organizzare la giornata in base al ramen è ancora meno normale. Ma il pensiero che non potremo mangiarlo più a questi livelli fino a un eventuale prossimo viaggio in Giappone… Beh, ti fa alzare le spalle e fregartene di cosa è normale e di cosa no.

Ma prima il dovere e poi il piacere, e la mattina la passo in un bar mentre il mio compagno deve sbrigare una normalissima pratica di procura presso l’ambasciata italiana, dove ovviamente sono italiani come non mai. Non c’ero ma da quanto ho capito fare una richiesta come una semplice procura, necessiterebbe di richieste, bolli, balle e possibilmente un araldo cantore che te la legge prima di poterla far firmare agli efficienti e strapagati addetti dell’ambasciata. Se si fruga in po’ su internet, oltretutto, si può facilmente scoprire che è un’ambasciata con del torbido, visto che il riferimento per gli italiani in Giappone si crede ancora sull’Asse Tokyo- Roma- Berlino, nonostante certi totalitarismi siano stati smantellati una manciata di lustri fa (http://www.articolotre.com/2011/12/mario-vattaniun-fascista-diplomatico-a-tokyo/54585).

Aspetto, aspetto, aspetto e mi vedo svanire Nikko anche questo giro, visto che non era in previsione di impiegarci circa 3 ore per far mettere un timbro. Dobbiamo per forza essere sempre così italiani anche in un paese dove l’efficienza è la norma?
Mi consola solo il bidone di Matcha Latte che mi scalda e osservare tutti i giapponesi che si nutrono a colazione di caffè e poco altro e per pranzo di caffè e panini per nani. Sarà che mi ero abituata a guardare cinesi nutrirsi con quantità di cibo in porzioni da lottatore di sumo, ma qui mi sembrano tutti mangiare come uccellini, e le taglie nei negozi lo confermano. Se in Italia entro comodamente in una taglia M, in Giappone sono subito piazzata nella categoria “CICCIONE GIGANTESCHE”. Per non parlare dei piedi! Il 40 è più o meno l’ultimo numero per le scarpe da uomo e quelle meravigliose decolletée che portano loro io le potrei al massimo mettere come portachiavi. Per questo motivo ho comprato solo un paio di borsette. Ah, un particolare che ho notato a cui non riesco a darmi una risposta: mettono tutte le scarpe un po’ troppo grandi per i loro piedi, forse perchè sono più carine “un po’ impacciate”?

Con i comodissimi treni della JR in una mezz’oretta siamo nel centro di Yokohama e visto che è ora di pranzo ci fiondiamo alla velocità della luce al Shin-Yokohama Ramen Museum, che non è un museo nè un ristorante, ma è sicuramente il paradiso dei drogati di ramen!
Costo d’ingresso 300 yen. Mhhh… 4 pannelli in cui spiegano la storia del ramen in giapponese non mi sembrano proprio un museo esaustivo ma, al piano inferiore è davvero una deliziosa scoperta (in tutti i sensi): è stata ricreata una ricostruzione di shitamachi (letteralmente la “città bassa”, una zona del centro di Tokyo) del 1958, con tanto di localini, cabine del telefono storiche e fili di biancheria appesi. Nella parte più bassa si trovano i nove diversi ristoranti di ramen, disposti intorno alla piazzetta della “città”, in cui spesso propongono spettacoli, acrobazie, giocolieri… carino, ben fatto, ma in un posto del genere l’attenzione cade sul cibo.

Abbiamo provato due zuppe diverse, una dell’estremo nord e una del profondo sud del Giappone, ed è incredibile quanto siano diversi i gusti e i contenuti, piccanti o speziati, abbinati a diverse carni, porro, brodo con salsa di soia… ne abbiamo provati due a testa, la ciotola piccola (piccola?!), ovviamente. Il costo è molto contenuto, intorno ai 550 yen e la meraviglia è assicurata. Buono. La soddisfazione che non immagini possa derivare da una zuppa.

Piove e io ho ben poca voglia di girare per templi (mi dispiace ma templi e templietti, nonostante io li trovi bellissimi e che Buddha mi stia particolarmente simpatico, mi hanno davvero fatto una tartare di scatole: Buddha seduto, Buddha in piedi, Buddha a metà tra seduto e in piedi, Buddha che ride tanto, Buddha che ride meno… scusate ma basta!), e quindi torniamo nella big city, nella direzione del quartiere più profano e poco religioso della città: Akihabara (o Akihabarà come dice con voce sexy la signorina che annuncia le stazioni in metropolitana).
Quartiere elettronico per eccellenza, Akiba (nomiglio affibbiatolo dagli otaku, i fanatici di manga e anime) è il paradiso dei maschi. Però è divertente.
Una lunghissima e infinita strada di:
– enormi centri commerciali di qualsiasi cosa si possa immaginare che si accenda con un bip;
– sale per giocare a pachinco (che non vi interesserà) e carte (quello si);
– tutto ciò che riuscite a immaginare legato a manga e anime;
– ragazze vestite così, da manga (oltre che da bamboline, infermiere e soprattutto scolarette sexy)
– sexy shop dove potete trovare TUTTO e molto oltre;
– maid cafè dove verrete serviti da ragazze che fanno cosplay, domestiche sexy e bamboline ammiccanti.
Lo so che qualcuno potrebbe passarci anche 15 giorni giocando tra i nerd e le bamboline, ma per la gente normale basta un pomeriggio.
Siamo entrati in un sexy shop, su insistenza mia, lo ammetto, ma è tanto famosa la perversione giapponese che ho voluto curiosare un po’.
Prima di tutto le facce: io sono entrata per ridere, ma cavoli, tutti gli altri no! Forse sono veramente lontana dai loro canoni (mia sorella lo dice sempre “tu per loro sei una specie di manga umano, alta con tanto seno e capelli tinti… l’antigiapponese per eccellenza!”), ma mi guardano davvero strano. C’è di tutto. E quando dico “di tutto” è davvero oltre ogni follia. Nella parte inferiore si trovano cataste di dvd per tutti i gusti, la maggior parte di questi ha in copertina una ragazza giovane, con la faccia da monella e troppo spesso il vestito da studentessa come se ne vedono centinaia in giro ogni giorno. Al che mi sorge un piccolo e vaghissimo dubbio, viste le ossessive perversioni di ogni personaggio con gli occhi a mandorla sulle studentesse dalle gonne plissettate; perchè i presidi non impongono una divisa a tuta? Una bella tuta di felpa, va bene anche una roba di sintetico anni ottanta o un sacco dell’imondizia. Ok, queste sono divagazioni da donna perplessa di fronte a studentesse con la gonna che copre a malapena le chiappe.
Torniamo al sexy shop: i dvd. Ovviamente ci sono televisioni e lettori dvd che passano alcune delle opere in vendita, ma con la parte “dell’azione” (diciamolo in maniera aulica, “laggiù dove le verdure si incontrano”) è sgranata, e non è perchè è visionato in un luogo pubblico, ma sono proprio fatti così! Mi è venuto da ridere… ma che film porno è? Si vede tutto tranne quell’angolino lì… e ovviamente non bisogna lavorare molto di fantasia. Sono fantastici…
Si trovano ovviamente vestitini di ogni genere e sorta (cameriera, infermiera, studentessa, gattina… tutto l’immaginabile) oltre che mutande da adulta con la forma di quelle da bebè, con aeroplanini e barchette varie. Sempre più perplessa…
Al piano superiore si trovano aggeggi di gomma piuttosto divertenti, soprattutto perchè viene chiaramente spiegato che QUELLA è la misura media (ovviamente si sa che non sono famosi per essere superdotati), quindi: o questo o niente, e fatevelo andare bene.
C’è anche tutto il necessaire per uomini soli: tette da toccare (o volendo “da indossare”… ma dai!), gel, tubi, vagine finte nascoste dentro barattoli che sembrano quelli dello shampoo della palestra, travestimenti vari. Curioso che davanti a ogni prodotto c’è la sezione aperta. Sì, ti fanno vedere (e toccare) le diverse tipologie di vagine di gomma con cui simpatici uomini possono dilettarsi. Ovviamente ho tocchettato tutto, annusato e curiosato dentro le scatole (con un certo disgusto del mio lui), godendo degli sguardi perplessi degli altri clienti e soprattutto visionando quello che avevano appena preso in mano loro. Sono pessima, lo so, ma era così divertente!
L’unica cosa che mi ha lasciato perplessa era la sezione “giovanissime” dove si possono trovare dvd di bambine di 9, 10, 11 anni in costume o con vestitini particolari… niente di nudo, ma… è legale? Che sia malato o perlomeno non normale questo è certo, il punto è… dove è il limite della legalità!? Dopo che mi si è riproposto il ramen, sono uscita da quel posto.
Piove, ma Tokyo è splendida anche sotto la pioggia, e i riflessi di quelle luci nelle pozzanghere, quella miriade di ombrelli, quelle ragazze arrampicate su tacchi 12 che non mollano neanche con il tempo avverso… mi sono bagnata i piedi, ma di quella sera, ho solo un ricordo stupendo.
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5 thoughts on “Pazzi per il Ramen

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