città veloce, tempo lento… Bangkok again

Thailandia. Cambogia. Thailandia. Pattaya. Che non è Thailandia ma solo un non luogo creato per orde di maschi di tutte le età con enormi problemi di ormoni (o di sovradosaggio di viagra).

Sono stata a Bangkok per un paio di giorni, gironzolando qua e là tra le vie piú turistiche di una città che ogni volta che vedo diventa piú moderna, piú lanciata verso l’alto attraverso palazzi in concorrenza con Dubai, shopping mall futuristici con l’aria condizionata fissa sui 16 gradi. E poi? E poi ci sono quartieri dove nulla sembra cambiato negli ultimi 50 anni, dove il cibo di strada occupa ogni angolo ed ogni momento della vita di ogni thailandese che si rispetti. Non sono malinconica, solo sto facendo un primo piccolo bilancio.

Ho passato due giorni cosi’, conoscendo persone qua e là. Conoscendo pezzetti di mondo attraverso racconti, facce, nomi.

Appena tornata in citta’ sono andata subito a cercare un tour giornaliero per visitare finalmente Ayuthaya, l’antica capitale del Siam, famosa per l’infinita quantità di templi e palazzi favolosi, di cui adesso rimane ben poco. Detta sul serio, Ayuthaya è famosa per il Wat Phra Mahathat e per la sua testa di Buddha incastrata nelle radici di un albero: nessuno sa come sia finita lí, pare che in uno dei tanti saccheggi i ladri volessero portarla via, ma sia rimasta lí perchè troppo pesante. Nessuno lo sa di preciso, ma è talmente celebre che forse, poco importa. Templi, templi, templi. Almeno ho imparato una cosa nuova: incuriosita dai tanti fedeli che agitavano una specie di portapenne riempito da tanti legnetti, ho chiesto a un ragazzo come funzionasse il “rituale”. Bisogna agitare il tubo finchè una bacchetta non cade fuori, raccoglierla ed andare a staccare il foglietto corrispondente al numero estratto dal caso. Per una piccola offerta vengono fornite profezie benaugurali (piú o meno), ovviamente sia in inglese che in thai. Anche Buddha a volte é un business straordinario.
Ho passato tutta la mattinata tra un tempio e l’altro, mimeticamente trasparente in un gruppo composto da tre giapponesi (gli abiti non mentono… abbinamento di colori imbarazzanti e tacchi, sono sicura che lo fossero), due inglesi che vivevano in Australia (uno con la maglietta piú lercia che abbia mai visto in vita mia e l’altro in concorso per il tatuaggio più terribile di tutto l’emisfero visto che aveva scritto “bambino” in carattere arial proprio sul coppino… mi ha oltretutto specificato che significa “baby boy” nonostante gli avessi detto che ero italiana… ho sorvolato), due inglesi in solitaria (un metallaro duro e un nerd), due ragazze sudamericane (scopriró poi la loro origine cilena), una coppia di bianchicci (non specificato nord Europa) e una meravigliosa coppia di argentini. Che piacere infinito. Nonostante la mia misantropia mattutina il pomeriggio l’ho passato con loro, chiacchierando praticamente di tutto, e godendomi il loro accento. Finalmente un po’ di ore parlando spagnolo, tanto per non arrugginirmi. Fa sempre bene! Oltretutto ho anche toccato un elefantino. Sono ammaestrati e cosí incredibilmente umani… beveva la Fanta con la cannuccia e buttava la lattina. Decisamente umani. Accarezzarlo mi ha fatto ricordare della mia giacca di elefante (l’ho scoperto molto dopo averla lavata e usata a lungo!), sicuramente adesso non la metteró più. Poi sculettava ballando. No davvero, non posso più metterla. Mi sono divertita a guardare e a giocare con gli elefanti (ci sono anche corsi per diventare ammaestratori… anche se durano un giorno), ma a guardarli bene mi facevano una certa pena. Ho sempre detestato i circhi con gli animali e anche questo fondamentalmente, lo era. E poi la strada per il ritorno a Bangkok… uno dei pezzi migliori vissuti fino ad ora. Credo che in Sud America le barzellette comincino piú o meno nello stesso modo: ci sono due argentini, due cilene, una dominicana (che lavora in Thailandia ma la sua sede fissa è Pechino) e una mezza spagnola. Ci mancava uno che suonasse il flamenco con la chitarra e poi era il top. Una confusione pazzesca (a un tono di voce chiaramente sudamericano), risate, racconti di viaggio, inviti, promesse di incontri, abbracci. Ed ecco quello che mi fa impazzire del viaggiare da sola: ogni giornata diventa un meraviglioso jamboree di conoscenze, viaggi tramite la vita e le parole delle persone che incontri. Sogni molto di più. Ti senti cittadina di quel mondo che è un minestrone che tante volte odio vedere così globalizzato, così senza ostacoli. Ma a volte é bello trasformarsi in una verdura diversa ad ogni incontro. O in un frutto se parliamo del Sudamerica. Io e Tania (la ragazza dominicana) ci siamo ripromesse di berci un caffé insieme non appena arrivati a Pechino e mi sembra davvero figo. Non trovo una parola piú aulica perché davvero penso sia figo e basta. “Ho un appoggio a Pechino visto che ho conosciuto una ragazza a Bangkok”. E sempre di più penso di non volere borse costose ma continuare a viaggiare.

Per le strade iperaffollate della capitale ho scoperto il sottile piacere di poter cenare in ogni momento con una persona nuova, condividere una lingua, magari scambiarsi consigli di viaggio, salutare e girare i tacchi. Cosí in una sera ho conosciuto Mitzuno (zuppa di pollo), Oliver (morning glory e green curry) e Bruce (ananas, per cui ho sviluppato chiaramente una dipendenza).
Mitzuno, viene da Nagasaki, parla un lento inglese cadenzato da tanti. “aaaaahhh” e “oooooooh”, è da solo nel sud-est asiatico per poco tempo, principalmente per vedere Siam Reap e Bangkok, e probabilmente sarà rimasto basito a vedere spazzatura fuori dai bidoni e gente che dorme sulla strada (ahhhhh… ooooohhh), come tanti giapponesi sogna l’Italia e il suo cibo. Mi ha chiesto se so cos’è il sushi e rimane basito quando comincio a elencargli un intero menu di un tipico ristorante giapponese in Italia. Abbiamo fatto una foto insieme (ovviamente lui col tipico saluto a v!), mi è sorto il dubbio solo dopo dell’uso che potesse farne… spero non mi spacci per la sus fiamma dagli occhi non a mandorla e dal viso pallido e che non usi la mia testa per farci un fotomontaggio abbinandola a supertette e culo di fuori. No dai, è giapponese, è una brava persona. Dai. Oliver era seduto nel tavolo di fronte a me, ho sorriso per gentilezza e ovviamente mi ha chiesto se si poteva sedere. Maledetta abitudine a sorridere a tutti di default… Oliver è una specie di Big Jim dalle braccia totalmente tatuate (una delle due oltretutto è fresca di giornata: 10 ore di tatuaggio ininterrotte tra teschi e fiamme) dopo aver combattuto thai boxe per 10 giorni di fila per 6 ore al giorno. C’é chi si diverte facendo la maglia… A Francoforte, dove vive, fa l’impiegato di giorno e l’insegnante di thai boxe la sera e ogni volta che viene in Thailandia porta con sè due gigantesche borse piene di vestiti e giocattoli da distribuire nei quartieri dei piú poveri. Torna a casa senza vestiti perchè lascia tutto qui. E la naturalezza con cui lo racconta mi ha fatto sentire inutile ed egoista. Un Big Jim dal cuore d’oro a quanto pare. Terzo e ultimo personaggio della serata, Bruce, pettina da festival Beat e parlata americanissima. Ovviamente, anche se è originario dell’Ohio, ha un nonno italiano, o meglio, toscano. Nonno o bisnonno, non mi ricordo. Gira per il mondo per sei mesi l’anno perchè gli altri sei gestisce un ostello in Alaska. HOMER, ALASKA. Tradotto per chi come me ha dovuto cercarlo sulla mappa é terra di nessuno, tra boschi, ghiacci e la densità di popolazione che fa concorrenza all’entroterra australiano. Terra di nessuno. Ovviamente dopo aver guardato infinite puntate di Men in trees volevo già andarci. Dopo le descrizioni del mio “amico” Bruce, ovviamente ancora di più.
Ed é scivolata così, e così la volevo prendere, vedere davvero cosa vuol dire non avere fretta di andare, non avere fretta di correre tra un posto e l’altro ottimizzando tempi, spostamenti e puntando regolarmente la sveglia all’alba per poter “fare di più”. A Bangkok, questo giro ho cazzeggiato tra negozietti, uno Yogi indiano che mi ha sbalordita parlandomi di me senza sapere nulla della mia vita (sono orribilmente scettica, e questo mi ha detto il mio secondo nome che non è neanche sui documenti), un paio di birre in solitaria cercando di superare la mia paranoia di non essere una triste sfigata seduta al bancone di un bar, frullati di frutta deliziosi e bubble tea. Cosí, citando un libro di Dario Sorgato che ho amato molto, cercando il mio “tempo lento“.

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