Cambogia, il mio ultimo, triste giorno.

 

 

 

Seduta a un tavolo a Rambuttri Road (la versione tranquilla e chic di Khao San road, il quartier generale di tutti i backpackers del mondo), sto aspettando senza fretta, e con la mia birra davanti,  la papaya salad e dei calamari che spero siano piú possibile simili a quelli di mia madre.

É curioso guardarsi intorno: ho accanto due tardone tedesche che ci sanno fare molto piú di me visto il ragazzino che gli sta accanto (il big jim crucco dalle orecchie fosforescenti non vale), davanti il classico rastone con classica morosa bionda e molto nordica, poco piú in lá mi delizia uno di quelli della categoria che preferisco, gli evergreen. Perfetto. É il prototipo. Bandana (per coprire la pelata che per un attimo, per errore, ha svelato), maglietta maui pieni anni 90 con effetto batik ( l’avevo fatta anche io in casa, con pessimi risultati.. Non é mai il caso di far maneggiare della candeggina a una  tredicenne!), occhiali alla John Lennon e quel savvoir-fair di chi “hei, siamo amici, peace and love”.

La ragazza bionda da sola seduta due tavoli avanti a me mi chiedo che storia abbia da raccontare, e sono tanto curiosa che vorrei saperla.
Sono arrivata dalla Cambogia ieri sera e, per fortuna o purtroppo, mi sono accorta che mi é rimasta sulla pelle e nel cuore piú di quanto pensassi,  in Thailandia, adesso, mi sembrano tutti cosí scostanti e “unfriendly”, ed é tutto dire.
Il mio penultimo giorno a Phnom Penh é stato ancora all’insegna dell’orrore degli anni della follia di Pol Pot.  E anche dello shopping dai.
Alla mattina sono stata in uno dei piú tristemente famosi Killing fields e, a meno che non lo si visiti in una decina di minuti prendendolo come una passeggiata in un parco, se solo ci si ferma un attimo a pensare, ti si congela l’anima e ti viene davvero da pensare che  preferiresti essere una bestia piuttosto che essere catalogato nella stessa categoria “umano” degli assassini che hanno sterminato tre milioni di persone. “Solo “un quarto della popolazione cambogiana dell’epoca. In realtà da vedere c’è ben poco, la storia é spiegata tramite l’audioguida e da cartelli di “qui c’era…” visto che appena finito il folle regime hanno smantellato tutto in quattro e quattr’otto.
Ma si cammina su fosse comuni, si può inciampare in un brandello del vestito di un bambino come nel femore di un cadavere che ha deciso di spuntare tra un dente e l’osso di un dito. É atroce. Sto disperatamente cercando un termine che sia peggio di atroce ma non mi viene in mente nulla. Disumano, atroce. Penso che in Europa abbiamo ancora troppo addosso le cicatrici del nazismo per poter pensare a quello che é successo in questa terra lontana, il dettaglio che ci sfugge é quando é successo. Nel 77/78/79 i miei genitori erano già sposati, il mio compagno andava già a scuola. E qui i bambini venivano uccisi con la testa contro un albero, cranio fracassato, davanti alle madri. Le pallottole erano costose.
La maggior parte delle fosse comuni non sono state aperte, un po’ per lasciarli riposare in pace, un po’perchè per aprire, capire e catalogare ci vorrebbero almeno25 anni. Welcome to Cambogia.
Si, perchè la Cambogia é anche questo, lo splendore e l’eccellenza dell’antico popolo che ha costruito Angkor, e la merda di chi ha distrutto con un genocidio un intero popolo.
E in Cambogia una delle parti segnalate dalla LP tra i best ci sono proprio “i cambogiani”, e non posso che pienamente d’accordo. Sono splendidi, gentili, sorridenti, anche nella gigantesca capitale. Tanto che davvero adesso i thailandesi mi sembrano davvero poco simpatici.
Al pomeriggio ho girato per il mercato russo e non ho resistito a comprare souvenirs e a mangiare una specie di pad thai ( e una piadina vietnamita ripiena). Ma ho tenuto botta perchè mi attendeva una cena indiana con Sofie. Lonley planet, ti godo. Abbiamo speso 4 euro per una divina cena 100% halal e con origini nel Bangladesh , cercando di goderci ogni momento, sapendo che avremmo dovuto salutarci. Non posso farci niente, Sofie é una persona così splendente da disarmarti. Ha passato la giornata in un orfanotrofio, giocando con i bambini e innamorandosi di loro. La cosa bella di questa ragazza è che è spontanea, naturale, detta all’italiana…genuina!
Dopo l’indiano, indecise sul da farsi, abbiamo optato per farci fare un pedicure preferendolo a un bar o a una discoteca. Fantastico momento di relax con chiacchiere col proprietario che non ha smesso un attimo di ringraziarmi per aver scelto la Cambogia come meta del mio primo viaggio da sola. In quel momento ho capito perché l’avevo scelta e perchè  la sceglierei ancora un milione di volte e per piú tempo.
Smalto dello stesso colore sui piedi cotti , per tornare a casa abbiamo preso una motorbike che, come spesso capita, era guidata da uno che credo ne sapesse meno di me, e che ovviamente si è perso tra le strade buie, ma almeno ci ha dato modo di trasformare il trasporto attraverso due quartieri che non volevamo fare a piedi per pigrizia, in uno di quei momenti da ricordare: erano le undici di sera ma Phnom Penh era deserta, Sofie mi ha abbracciata e mi ha detto “mi mancherai tantissimo”e io mi sento una sfigata a sentire che adesso mi vengono gli occhi lucidi a scriverlo.
A volte basta un piccolo pezzo di strada per capire chi ha il tuo stesso passo, il tuo stesso ritmo, il tuo stesso fiato.
Sono asociale, nonostante stia ricevendo inviti in ogni parte del mondo e mi stia relazionando con persone prese da ogni parte del globo, mi piace starmene in disparte, camminare da sola, essere sola in mezzo al mondo. Sono sempre piú convita che avevo bisogno di questo tempo, di questo spazio lontano e solo mio, anche se i vuoti ti danno un tempo immenso per pensare. Almeno ho smesso di sognarmi i clienti che si lamentano per cose assurde tutte le notti. Ed é giá qualcosa!

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2 pensieri su “Cambogia, il mio ultimo, triste giorno.

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