Phnom Penh

Ed eccomi qua, nel mio ultimo giorno in Cambogia a scrivere da un internet point indiano quello che mi resta di questa citta` (gli errori ortografici sono dovuti, per una volta, non a me ma a sta tastiera davvero balorda).

Il viaggio da Battambang a Phnom Penh l’ho fatto con Sofie dopo una colazione a base di mango e ananas, abbiamo deciso di fare le backpackers dure e fighe e prendere un autobus davvero low cost.

Pessima, pessima idea. Ma davvero, pessima. Eravamo le uniche non cambogiane all’interno di questo sporchissimo autobus, tenuto insieme con lo scotch (sul serio). I nostri vicini di posto come snacks si erano portati un simpatico sacchettino di grilli, scarafaggi e amichetti vari e ovviamente eravamo sedute sulla cassa col volume da discoteca che ha trasmesso film cambogiani per tutte le sette ore. SI, perche` sono state sette visto che il nostro confort bus si e’ rotto non una ma ben due volte. Come sul bamboo train…tutti giu`, tutti su.

Nei pit stop i cui hanno aggiustato il bus con un secchio d’acqua e un tubo di plastica (non sono un meccanico ma sono davvero ganzi se fanno tutto con gli attrezzi di cui disponeva mcGiver!), la gente faceva tranquillamente pipi` qua e la`, come se stare sotto il sole cocente ad aspettare che un autobus ripartisse per grazia divina fosse la cosa piu` normale del mondo. Alla fine, come al solito, l-abbiamo presa sul ridere ed e` passata abbastanza velocemente.

E poi, finalmente, Phnom Penh.

L’hotel che ho scelto e` davvero comodo per muoversi, abbastanza in centro e con attorno tutto quello che mi serve.

Il primo problema e` stato trovare una lavanderia…sara` che e` domenica, sara` che non conosco il posto ma mi sono sentita davvero una deficiente a girare per la capitale con un sacchetto di magliette e mutande sporche in mano. Ho provato a chiedere a un tizio che faceva la sicurezza di fronte a un negozio, ma era troppo impegnato a riprodurre col suo superfischietto i rumori dei clacson. Ero davvero perplessa.

Palazzo Reale: chiuso. Fa degli orari improponibili (chiude alle 11 e riapre il pomeriggio).

Il mio giro per la citta` e` cominciato con il Museo Tuol Sleng, la testimonianza di una delle pagine piu` atroci della storia dell’uomo, imbarazzantemente recente. SOno passati 30 anni e meta` delle persone che incontro per strada questo orrore l’ha vissuto. E` disarmante. Dove pua` arrivare la follia dell’uomo lo e`.

In questo campo dove classificavano torturavano e uccidevano tutte quelle falangi ritenute “nocive al regime” (anche solo indossare gli occhiali era segno di intelligenza e quindi pericolo incombente), si possono vedere i letti dove venivano legati, gli strumenti di tortura, le stanze di circa 20mq dove venivano ammassate anche 40 persone. L’ S-21 e` un complesso ordinario, era un liceo, ha un bel giardino in mezzo. A fatica si puo` credere quello che e` successo.

Dopo quest’esperienza davvero pesante per l’anima ho smesso di visitare la citta`, e ho cominciato a vagare.

Mercati, stradine, bancarelle ad ogni angolo. La Citta’ e` piacevole, a misura d’uomo: mi ricorda vagamente Saigon, con i suoi grandi boulevards che ti danno una vaga sensazione di respiro nonostante l’aria sia davvero irrespirabile. Il caldo. E` insopportabile. L’umidita` e` ai livelli di Bangkok (spiegazione per chi non e` mai stato a Bangkok: solo il pensiero di uscire da un locale con l’aria condizionata ti fa bagnare la maglietta), e il caldo, anche per me che lo tollero alla grande, e` davvero troppo.

Da un ragazzo davvero troppo gentile mi sono fatta convincere a mangiare una specie di tortino fatto di cocco, buono, ma dopo il primo morso e` entrato per direttissima nella top ten di cibi che mi hanno piegato le gambe visto che il peso specifico era quello del piombo, e la densita` non era molto diversa.

Dopo un paio di ore di cammino sono dovuta tornare in albergo…colpo di caldo. Mi mancava nelle mie esperienza di viaggio. Nausea, giramenti di testa, iuppi.

Dopo essermi stesa un attimo e aver fatto una doccia rigenerante ho scelto per cena l’opzione piu` impegnativa per il mio stomaco: ristorante pakistano. Il mio corpo dopo due settimane si sta abituando a sopportare e tollerare bene spezie e intingoli poco caratteristici della cucina italiana, forse e` il riso che riesce ad attutire il colpo delle mie montagne russe alimentari.

COmunque, il pachistano, e` molto simile all’indiano, a parte l’insalata di ceci pomodori e cetrioli che era uguale a quella di mia madre.

Poco tempo, un ventilatore puntato addosso che da un’ora mi sta facendo un effetto tornado sui capelli,  un pessimo post (sorry…). L’indiana mi guarda, e credo davvero che mettero` tutto l’impegno del mondo per aggiustare il mio pc.

see you

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6 thoughts on “Phnom Penh

      1. nemmeno io ho ancora piena confidenza col twitt: tu posta che io ti rimbalzo “ghe pensi mì” 🙂

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