Un altro giorno nella magia

Sveglia all’alba, c’è qualcuno che sta guardando la tv a tutto volume alle 4:55 del mattino e penso davvero sarebbe da placcare. Questa volta ho voluto fare la pecorona e “godermi” lo spettacolo dell’alba su Angkor Wat. Cerco di sedermi ma arriva subito un simpatico e gentile ragazzo che mi offre una stuoia. Ovviamente in cambio dell’acquisto di un caffè, un tea o qualcosa di simile.
Passo, visto che il caffè lo pago meno a casa… davanti al più famoso tempio del sito archeologico c’è una sorta di vasca d’acqua dove la gente si accalca per vedere sorgere il sole. Mi sono seduta in un angolino e ovviamente dopo 10 minuti sono arrivati due giapponesi a piazzarsi davanti. Mi sono seduta davanti a loro. E loro ancora a me. Mi stavo chiedendo se non fosse una candid camera, ho mollato il tiro e mi sono seduta da un’altra parte.
L’alba sul tempio è a dir poco fantastica: prende forma poco a poco, morbidamente, come quando da piccola giocavo con i pastelli a cera, ricoprivo tutto di nero e scavavo sotto per vedere i diversi strati di colore. Se non fosse che sembra di essere e un concerto di Bruce Springsteen per la folla che si accalca sarebbe uno scenario perfetto.
Ci sono ragazze con i tacchi e i vestiti da sera (russi e cinesi) e gente vestita di tutto punto in puro stile indiana Jones (con tanto di scarponi da trekking spinto dotati di carrarmato (tedeschi e americani), è curioso, sarebbe davvero interessante farci un’indagine sociologica.
Dentro all’incantevole tempio trovo due che stanno allegramente facendo colazione con panini, bibite, tovaglietta… ci manca solo la radiolina per essere davvero dentro a un pic-nic mistico. Credo che troppo spesso la gente si dimentichi che quello è comunque un luogo sacro (anche se in rovina) e che forse non è davvero il caso di farsi uno snack prendendo il sole senza scarpe. Non ho voluto chiedere di che nazionalità fossere… non avrei retto il colpo se fossero stati italiani.
Non ho visitato Angkor Wat… ho vagato. Vagato e mi sono persa per più di un’ora per quei corridoi meravigliosi, le incisioni, i volti, le colonne. E’ un posto magico e davvero quando ti ci immergi senti la sacralità e la spiritualità che trasmette.
Se dovessi scegliere una religione senza dubbio opterei per il buddhismo: è una religione felice, nel profondo. Ho visto più volte pregare i fedeli nei templi, li ho osservati, con dolcezza. Si vede si sente il loro rapporto con il divino, ed è un rapporto semplice, diretto, sereno, senza il terrore intrinseco della religione cattolica, quell’ansia dell’aver sempre fatto qualcosa di sbagliato, contro dio, contro gli assurdi dogmi, contro l’anacronismo. Buddah lo pregano perchè li fa felici, la questione del “Dio ti guarda” penso sia più vicina al “Dio ti guarda e magari se ha tempo passa a farsi un paio di birre con te”.
Angkor ti trasmette questa voglia di incontro col divino, con la propria spiritualità: trasmette pace.
Ho fatto fare le corse al mio nuovo autista di tuk tuk (mentre ero dentro Angkor è magicamente cambiato, con mio chiaro giramento di palle), e lui penso, per antipatia di default guida in una maniera impossibile cercando di farsi vomitare addosso la colazione.
Ah, a proposito di colazione: ho preso un caffè in un chioschetto vicino ad Angkor Wat, e il mio compagno di merenda era un dolcissimo microscopico maialino. Si faceva accarezzare come i cani. Troppo divertente.
Nel tempio di Pra Rup sono salita fino in cima e mi sono messa con le gambe a penzoloni, l’altezza di dà i brividi. E in questo momento anche la vita mi sta dando i brividi.
Sono stata lì a pensare al mio ultimo anno, a tutto quello che è successo, a quanto la mia vita sia cambiata e sia riuscita a stravolgersi contro ogni mia aspettativa. Guardando il tempio, la vallata, il sole ero serena. Ho trovato quello che stavo cercando.
Ovviamente mi aspetta ancora una parte di viaggio lunghissima e condivisa che mi renderà felice più che mai, ma per il momento va davvero bene… sono felice.
In quasi tutti i templi ci sono ragazzini che attaccano a parlare a macchinetta, sulla storia del tempio e del sito archeologico, se non si mettono le cose in chiaro loro continuano tranquillamente a parlare. Poi ovviamente vogliono soldi. “I don’t need a guide” detto in maniera decisa è l’unico modo per farli rientrare nei ranghi, anche se più di una volta vi sentirete imprecare dietro qualcosa in cambogiano che probabilmente è molto più vicino a “carbonizzati al sole tirchia occidentale” che a “non ti preoccupare, buona visita”. Ma pazienza.
Ho camminato ininterrottamente ancora per circa 8 ore e posso davvero riternermi soddisfatta.
Mi è venuta un’afta in bocca e sento che sta arrivando un’orzaiolo e non so se mi sto cominciando a depurare oppure il mio corpo si sta ribellando alle mie acrobazie alimentari. Per tenerlo allenato mi siedo a mangiare un amok e un’insalata. Quasi sano no?
Sulla strada per rientrare alla guesthouse prendo coraggio e finalmente decido di mettere i piedi dentro quelle vasche piene di pesci che ti fanno il pedicure chiamate “Dr Fish”. Sono anni che le vedo, devo assolutamente farlo. A dir la verità non ho avuto una grandiosa idea perchè in Thailandia i pesci sono piccolissimi, qui in Cambogia sono grandi più o meno come delle carpe.
Ho passato i primi 5 minuti a ridere come una deficiente per il solletico (è davvero insostenibile) ma poi ce l’ho fatta… funziona! Davvero ti lasciano dei piedini soavi da fata (sulla lunghezza del piede non posso più farci niente, solo sulla morbidezza), dopo non ho resistito e ho fatto anche un massaggino ai piedi, e ho avuto la fortuna di farlo con una ragazza dalle mani d’oro. Sono cotta, rilassata e felice.
Ho comprato il biglietto per la barca verso Battambang, che, a differenza di quanto pensavo è il mezzo più caro di tutti (20 dollari rispetto ai 5 dollari per andarci in bus e impiegarci la metà del tempo), ma tutti lo consigliano, per vedere i villaggi galleggianti e fare un tuffo nel passato. Speriamo non sia una fregatura. E anche se lo fosse, ammettiamolo, chissenefrega!

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