CAMBOGIA: istruzioni per l’uso

In tantissimi forum che ho guardato prima di partire non sono riuscita a trovare qualcuno che spiegasse a dovere come dove e quando, come se fossimo tutti sgamati. Sarà che non mi sento particolarmente furba in un territorio così turistico e in cui tre quarti della gente sa dire in inglese all’incirca 10 parole.

Quindi ecco le istruzioni per l’uso miste alla mia giornata di ieri.

Sono andata alla stazione degli autobus a prendere il biglietto visto che è la soluzione più economica (rispetto a tour organizzati per portarti oltreconfine), il costo è di circa 5 dollari, quindi abbordabilissimo. Partono solo alla mattina presto, ma visto che la strada sarà lunga il mio consiglio è quello di prendere al massimo quello delle 6 per non buttare una giornata.

Arrivati al confine il pulmann ti scarica (fisicamente e poco graziosamente) in un parcheggio dove si viene assaliti da orde di tuk tuk per portarti al confine per fare il visto.

Costo del visto: 20 dollari. Ammetto, mi hanno un po’ fregata perchè ne ho pagati 25 in una delle tante agenzie sulla strada, ma carica com’ero me ne sono altamente fregata. Meglio farlo più possibile al confine e rifiutarsi di pagare tutti quei bath aggiuntivi (tassa di agenzia, tassa sulla velocità del servizio… su questa mi sono messa proprio a ridere e me ne stavo andando quindi il prezzo si è magicamente abbassato).

Si deve camminare un po’ fino al primo controllo del passaporto e del visto, proseguire fino al secondo controllo dove mettono il timbro e ti identificano con foto e impronte digitali (avanti sti cambogiani…!), timbri fatti sei libero di farti assillare da taxisti e guidatori di pulmann.

La soluzione migliore è trovare 3 compagni di viaggio da mettere su un taxi e non pagare più di 10 dollari a persona (l’autobus ne costa 9 e non ti porta fino a destinazione). Specificare che si paga all’arrivo, volendo ti fanno anche la ricevuta in cui specificano il prezzo concordato.

Sono veramente pesantissimi con la loro insistenza quindi “patti chiari amicizia lunga” è la soluzione migliore. Risposte secche, no deciso o si deciso sul prezzo.

Due ore di macchina e ci siamo. Non mi sembra vero, sono a Siem Reap.

Ho prenotato in una guesthouse segnalata da tripadvisor, ed è davvero come descritta, pulita accogliente e la stanza è enorme con un letto infinito finalmente morbido (quello dell’ostello a Bangkok era veramente di legno).

Ho mollato tutto e nonostante fossi distrutta sono andata a farmi un giro per la città. Sono poco distante dal centro, ho esplorato prima la parte della passeggiata fuori dalle vie principali, e accanto a uno dei templi ho avuto il mio primo contatto con il cibo cambogiano. Come dentro alla puntata di orrori da gustare trovo una sorridente venditrice di uova con feto d’anatra (oca?) già maturo, ma la parte migliore è che un bambino di circa tre anni se lo sta mangiando, e anche con un certo gusto.

Due foto e sono scappata. Ha un colore grigiastro ed è davvero ben visibile “che cos’è”. Lo lascio volentieri a chi è pagato per mangiarlo (oltretutto anche Andrew Zimmern ha mollato il colpo dopo un paio di bocconi, dev’essere orribile).

La mia scelta su come finire la giornata in bellezza cade ovviamente su un massaggio, e mossa dalla mia solita predisposizione ai meno fortunati ho optato per il Seeing hands massage 4, un piccolo centro in cui viene insegnato ai non vedenti l’arte del massaggio. Mi sdraio e l’omino (sarà stato davvero alto 1 metro e 20 circa!) comincia a disintegrarmi ogni angolo del corpo, spero mi faccia bene. Pressioni, gomitate, dita che premono in testa… no, non è lo stile di massaggio che amo.

Mi da’ sollievo quando arriva sulle gambe (di legno) e sui piedi (cotti). Le sue dita mi hanno disintegrato il collo e io da poco furba che sono potevo dirgli di evitare. E’ una specie di schiacciasassi ma è talmente gentile e ci mette così tanto impegno che non mi sento di dirgli niente.

Lo so, sono fatta male e mi dispiace, ma adesso mi ritrovo con la nausea e la cervicale bloccata.

Ma non sarà certo questo a impedirmi la mia due giorni ad Angkor Wat.

Ho mangiato qualcosa per strada, due di quei morbidi e gommosi panini bianchi ripieni di qualsiasi cosa che possa essere contenuta. Vorrei portarli a casa a mia sorella perchè sono davvero ottimi (li ha scoperti in giappone… dovrebbe provarli qui!) ma temo che potrebbero diventare orribili a stare in valigia. Sulla strada di ritorno verso la guesthouse mi sono fermata a guardare un’anziana signora che mangiava ad una bancarella. Solo dopo mi è caduto lo sguardo SULLA bancarella.

Serpenti, platte, scarafaggi. Sono rimasta inebetita per qualche secondo, quando ti trovi realmente davanti a queste stranezze capisci che è “tutto vero”, oltre a renderti conto di quanto sei lontano da casa. Mi chiede un dollaro per fargli le foto, io glielo darei per vedere come le mangia ( in realtà le si stava facendo un bel piatto di noodle…).

Sono tornata in camera distrutta, stanca morta e fisicamente a pezzi, ma felice come non mai di essere dove sono e di esserci arrivata da sola (ok, ok, non è una grande impresa ma per me, miss “non sono dotata di orientamento e scantarina solo in piccole dosi”, direi di si), ho sognato di essere dove sono per così tanto tempo da aver paura di non riuscire a succhiare l’anima da questa esperienza, da questo posto magico che è stato solo un nome su una mappa per troppo tempo.

Ho sfogliato le pagine del libro di Steve McCurry su Angkor wat fino a consumarlo, mi sembra pazzesco che domani sarò là, in mezzo alla storia. Domani Angkor Wat diventerà parte della mia storia. Ho i brividi.

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